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Bankitalia: crescita ferma all'1,3%

Le stime non considerano ipotesi guerra

05 Mag 2004 - 21:00

I prodotti italiani perdono quota sul mercato estero, la crescita nel 2003 non andrà oltre l'1,3% e la competitività delle nostre aziende è in continua discesa. Un quadro poco rassicurante, quello tratteggiato da Bankitalia nel suo ultimo Bollettino economico. Che fotografa un'Italia in fase decisamente calante.

Secondo l'istituto di via Nazionale infatti i nostri prodotti stentano ad affermarsi sui mercati stranieri, dove quindi l'Italia perde quote di mercato, mentre l'inflazione cresce da noi più di quanto avvenga nei Paesi concorrenti. Secondo il capo del servizio studi, Salvatore Rossi, a originare questa situazione è la minore produttività del nostro sistema industriale, mentre nessuna colpa può essere attribuita alle retribuzioni, la cui "dinamica resta modesta".

Un fenomeno irreversibile? Tutt'altro. Secondo la Banca d'Italia, anzi, la nostra economia disponga ha tutte le "risorse necessarie per crescere a tassi superiori a quelli medi dell'ultimo decennio". Ma solo a patto che si realizzino le riforme strutturali e si completi il processo di riequilibrio dei conti pubblici.

Vediamo allora i dati emersi nel rapporto. Innanzitutto, l'andamento delle esportazioni, che nel 2002 sono diminuite dell'1% malgrado un aumento del 2% del commercio mondiale. Si tratta, secondo Rossi, di "un ennesimo risultato negativo che si aggiunge a quello degli anni precedenti e che produce un'ulteriore perdita di quote di mercato, le cui cause vanno a questo punto considerate strutturali".

Altro versante negativo, quello dell'inflazione: "Nel 2002" si legge nel bollettino "si è riaperto il differenziale d'inflazione al consumo tra l'Italia (2,6%) e l'area dell'euro nel suo complesso (2,2%)". E la situazione non dà segni di miglioramento nel 2003: la Banca d'Italia stima infatti un aumento medio dei prezzi del 2,3% nel nostro Paese. A contribuire all'aumento del differenziale, secondo via Nazionale, è stata solo in parte l'introduzione della moneta unica, che ha avuto un effetto limitato allo 0,1/0,5%. Allo stesso modo, ha pesato relativamente anche la minore diffusione in Italia della grande distribuzione. La ragione principale va ricercata invece nella "flessione accentuata della produttività che ha determinato un aumento del costo del lavoro per unità di prodotto superiore a quello delle altre maggiori economie dell'area".

Nel dettaglio, nel 2002 il costo del lavoro per unità di lavoro è aumentato in Italia del 2,9% contro il 2,7% dell'anno precedente, a causa della flessione dello 0,5% del prodotto per occupato. Focalizzando l'attenzione alla sola industria in senso stretto, il costo del lavoro è aumentato del 3% in seguito alla contestuale riduzione della produttività, pari allo 0,4%. Nel settrore dei servizi il costo del lavoro è aumentato del 3% e la produttività si è ridotta dello 0,6%.

La dinamica delle retribuzioni è rimasta, invece, sostanzialmente "modesta". Il costo del lavoro per dipendente è aumentato del 2,4%, mentre nell'industria in senso stretto l'incremento è del 2,6% e nei servizi del 2,5%.

La Banca d'Italia non ha dubbi su quale sia la ricetta per uscire dalla crisi di competitività. La stessa che il governatore Antonio Fazio non si stanca di ripetere da anni. "Condizioni essenziali per un recupero di competitività" si legge nel Bollettino "sono: la piena attuazione di riforme strutturali che accrescano la flessibilità nell'impiego dei fattori produttivi e la concorrenza sui mercati dei prodotti; la realizzazione del programma già avviato di riduzione del carico fiscale complessivo; maggiori investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica e nella formazione di capitale umano; l'innalzamento dell'efficienza delle amministrazioni pubbliche". Così come anche la realizzazione del programma di infrastrutture "volto a colmare le attuali carenze fornirà un contributo alla ripresa dell'attività".

Ma centrale resta per via Nazionale l'attenzione ai conti pubblici: "Presupposto per una efficace azione del settore pubblico è il completamento del processo di riequilibrio del bilancio, da attuare attraverso interventi strutturali nei principali copmparti di spesa".

Infine, Bankitalia accenna al federalismo: "Il processo di decentramento, se fondato, in una logica cooperativa, su regole di bilancio stringenti per tutti i livelli di governo" conclude il Bollettino "offre margini per razionalizzazioni nell'offerta dei servizi pubblici, che ne migliorino la qualità consentendo nel contempo risparmi di spesa".

Bankitalia fa anche le stime della crescita della produttività in Italia, che per il 2003 si fermerà all'1,3%. Una stima che va comunque presa con le molle, dal momento che non tiene conto dello scenario peggiore, cioè della guerra all'Iraq. Bankitalia precisa che, perchè questa previsione sia centrata, è necessario che "il ritmo di crescita ritorni, già nella prossima primavera, su • valori intorno al 2% in ragione d'anno".

Viste queste poco ottimistiche previsioni, il governo, che puntava su un incremento del 2,3%, dovrà prestare la massima attenzione al rischio di "una ripresa economica più lenta di quanto atteso", se vorrà centrare un rapporto tra deficit e Pil pari all'1,5%, come promesso nei documenti ufficiali. Per evitare sforamenti, avverte la Banca d'Italia, "è necessario definire compiutamente alcuni provvedimenti in materia di contenimento della spesa e valutare i riflessi sull'anno in corso dello sconfinamento del disavanzo 2002", che si è fermato al 2,3% contro il 2,1% inizialmente stimato. Anche perchè, aggiungono i tecnici di via Nazionale, "il completamento del processo di riequilibrio del bilancio, da attuare attraverso interventi strutturali nei principali comparti di spesa", è il "presupposto per un'efficace azione del settore pubblico" tesa a rilanciare la competitività del Paese.

Naturalmente tutte queste stime sono destinate a peggiorare davanti a uno scenario di guerra, secondo la Banca d'Italia, che però non comunica cifre sulle eventuale conseguenze derivanti da un conflitto. "Qualora la crisi irachena sfociasse in un conflitto" si afferma nel bollettino "e questo si protraesse nel tempo, ne risentirebbero gli andamenti dei mercati finanziari e la fiducia degli operatori, con conseguenze negative di difficile quantificazione sulle decisioni di consumo e di investimento".

Bankitalia osserva che la produzione petrolifera mondiale potrebbe "incontrare difficoltà a soddisfare la domanda, determinando ulteriori, significativi rialzi del prezzo del greggio, il cui riassorbimento potrebbe rivelarsi lento".

Infine, il ritmo di crescita dell'attività produttiva nelle principali economie industriali "potrebbe risultare ridimensionato anche in misura significativa" rispetto agli scenari previsti indipendentemente dal pericolo di un conflitto.

Tornano alla fotografia dell'economia italiana, l'istituto di via Nazionale precisa che dal sistema bancario italiano non è mai mancato il pieno sostegno all'economia e al mondo delle imprese. In particolare, mai è stato chiuso il rubinetto del credito. La notazione è in chiaro riferimento alle critiche espresse da diverse parti all operato delle banche, sopratutto al Sud. "Nel gennaio di quest'anno" ha dichiarato Fabio Panetta, del servizio studi di Bankitalia "il tasso di crescita degli impieghi nel nostro Paese è stato del 7%, quasi il doppio rispetto alla media europea".

Quanto invece al calo di produttività e competitività, lo si è visto anche nella flessione delle esportazioni, diminuite dell'1%. Era del 1991 che non si verificava una contrazione del nostro export. "Il sistema produttivo italiano" secondo via Nazionale "non ha saputo mantenere ritmi di crescita della produttività capaci di evitare progressive e consistenti perdite di quote di mercato".