"Ho visto cose", Clemente Mimun si racconta
Il direttore del Tg5 ripercorre quarant'anni di carriera giornalistica e di politica italiana
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Non un'autobiografia, né un libro di memorie. Il 6 novembre arriva in libreria "Ho visto cose..." (Mondadori, 180 pagine, 18 euro), il volume in cui Clemente J. Mimun racconta aneddoti e personaggi incrociati in quarant'anni di giornalismo.
Una vita incredibile la sua, iniziata come fattorino all'agenzia Asca nel 1971 e poi giunta al record italiano di direzioni: Tg2, Tg1, Tg dei servizi parlamenti fino all'attuale direzione del Tg5.
In Rai dal 1983 al 1992 e di nuovo dal 1994 al 2007, Mimun ha visto tutto e incontrato tutti: Enrico Berlinguer a Botteghe Oscure e all'Olimpico, Sandro Pertini al bar di Montecitorio, Roberto Benigni e Woody Allen. Ha vissuto i grandi cambiamenti della politica italiane e del giornalismo, ha osservato dall'interno i meccanismi del servizio pubblico e della tv commerciale. Insomma, ha visto cose che non umani non avremmo neppure potuto immaginare.
Direttore, dedica il libro alla famiglia, ma anche all’amico Lamberto Sposini. Come mai questa scelta?
La dedica a mia moglie Karen a i miei figli Claudio e Simone era un atto dovuto alle vittime delle mie assenze, inevitabili per chi fa il mestiere di giornalista. Ti distrai un attimo e i bambini sono diventati già uomini, hai ruoli di responsabilità e inevitabilmente la carriera di tua moglie ne risente. A Lamberto, collega nel lavoro come nella malattia, auguro una ripresa veloce. Di sicuro andrò a trovarlo e gli leggerò qualche pagina del libro.
Nell’incipit dichiara di non volere scrivere “un libello gossipparo e vendicativo” ma poi ammette che “con questo libro farò incazzare più o meno tutti”.
Ci sono dei capitoli come quello dedicato a Letizia Moratti con dettagli inediti. Si tratta di episodi che mi erano rimasti in punta di penna, che avrei potuto scrivere prima, ma per discrezione avevo tralasciato. Un altro esempio: tante volte avevo incontrato Enrico Berlinguer allo Stadio Olimpico. Tra noi due vigeva un patto non scritto per cui si lasciava andare a confidenze di cui non avrei mai approfittato professionalmente.
Qual è l’episodio più divertente?
Quello con Sandro Pertini, prima che venisse eletto presidente della Repubblica. Lo incontravo in parlamento: sapeva che ero un elettore socialista e mi intratteneva con aneddoti sulla vita del partito, la Resistenza, la bellezza di alcune compagne. Lo accompagnai a bere un caffè alla Buvette di Montecitorio. Pertini aveva il vizio di mettere e togliere continuamente gli occhiali, così si ritrovò con la brioche in una mano e gli occhiali nell’altra. Intinse gli occhiali nel cappuccino e addentò la brioche assolutamente asciutta, e disse un po’ alterato al cameriere: “Ve l’ho detto che non sanno di niente!”.
E l’aneddoto più difficile da raccontare?
Forse i guai di salute che ho vissuto, ma anche quella pagina cerco di raccontarla con leggerezza, la ripercorro più per ringraziare chi mi è stato vicino che per lamentarmi del destino cinico e baro. Con quello humor ebraico che non posso fare a meno di avere.
Con alcuni colleghi giornalisti ammetterà però, di non essere stato buonissimo…
Gli unici che forse non ne escono benissimo sono Francesco Giorgino − di cui ho scritto che è banale e opportunista, il prototipo del giovanotto in carriera − e Maria Luisa Busi con la quale ho tentato, vanamente, di lavorare per quattro anni e mezzo. In entrambi i casi però, li ho raccontati per come sono davvero. Con Lilly Gruber invece, non sono stato cattivo, ho una grande simpatia per lei anche se, come diciamo a Roma, lei è una grande “paraventa”. Di molti altri invece, parlo con affetto: da Enrico Mentana a Vincenzo Mollica per finire a Enrico Lucci delle Iene. A lui feci un colloquio alle otto di mattina quando scoprii che era nell’elenco dei precari della Rai. Gli offrii un posto al Tg2 e lui già famoso per le Iene declinò la proposta imbarazzato: “Ao’ ma che stai a di’? Me stai a mette in difficortà, Cleme’, è un guaio: se dico a mamma che m’hanno proposto un posto in RAI e ho rifiutato, m’ammazza!”
Ripercorrendo la sua carriera, quali errori non rifarebbe?
Sarebbe difficile non fare errori nei ruoli di responsabilità che ho ricoperto. Alcuni sbagli li ho fatti per tigna e altri in buona fede.
In effetti il suo percorso professionale è stato incredibile: da fattorino dell’agenzia Asca a direttore dei telegiornali più prestigiosi. Si considera fortunato o solo molto bravo?
Oggi i ragazzi non hanno la fortuna e la sfortuna che ho avuto io a 17 anni di dover trovare per forza un lavoro. Anche se non sono choosy come sostiene il ministro Elsa Fornero e hanno prospettive di lavoro pari a zero, devo ammettere che sono troppo protetti dalla famiglia. Io sono entrato nel mondo del giornalismo come ho potuto. Un po’ per fortuna, un po’ per le mie capacità sono riuscito ad andare avanti.
Ai giovani che vogliono diventare giornalisti che cosa consiglia?
A occhi chiusi dico: è più bello fare il redattore che il direttore. Quello è un posto che devi accettare per forza quando te lo offrono, ma il vero giornalista è quello che lavora alle notizie.
Nel libro racconta la Prima Repubblica e l’approdo alla Seconda. Siamo già entrati nella Terza?
Il prossimo parlamento sarà infuocato, imprevedibile, in totale discontinuità con tutte le legislature precedenti. Per ora vediamo partiti grandi che diventano piccoli e partiti piccoli che vincono con la metà dei voti che servivano un tempo. Non è quello che fa bene al Paese che invece, avrebbe bisogno di governabilità. La politica italiana ha sempre dato spunti interessanti e divertenti ai giornalisti e credo che in futuro ce ne offrirà ancora parecchi. In effetti ho visto cose… Ma sono sicuro che a breve ne vedremo delle belle!
In esclusiva per i lettori di Tgcom24, due capitoli del libro
