tendenze

In principio fu la body art

I precursori di piercing e tattoo

06 Mag 2004 - 16:44

Lamette, frammenti di specchio, tatuaggi a stella. E poi labbra, una schiena nuda e occhiali a goccia con la montatura in metallo. Sono alcuni elementi di “Discours mou et mat” (Discorsi soffici e opachi), la performance messa in scena da Gina Pane a metà degli anni settanta.

Oggi dopo fenomeni come il Punk, il cinema Splatter, e l’Hip hop, molti di questi oggetti sono divenuti gadget, decorazioni anche molto comuni nelle generazioni più giovani. Tattoo, piercing e catene dove croci, borchie e lamette convivono fianco a fianco, sono comuni tanto sulle spiagge quanto sulla pelle nuda, decorata come fosse un vestito delle più popolari delle pop star: da Angelina Jolie, a Madonna, da Asia Argento fino all’ultima delle soubrette televisive, l’elenco sarebbe interminabile. Ma quando alla fine degli anni Sessanta, una pattuglia di “folli” (insieme a Gina Pane c’erano Vito Acconci, Robert Barry, Urs Luthy e pochi altri) cominciarono a “dare spettacolo” nelle gallerie d’arte contemporanea di mezzo mondo, lo scandalo era stato grande.

Il corpo esposto era quello degli artisti stessi (non necessariamente glamour, erotico o algido come quello delle modelle utilizzate oggi da una Vanessa Beecroft). Per questi body artist, il corpo era un mezzo per mettere in scena l’idea che stava al centro dell’opera. Di narcisismo ce ne era molto, ma di un sapore diverso da quello dell’autolesionismo. Esclusa ogni volontà di decoro, almeno così dichiaravano, eppure l’innata propensione per il gesto armonioso, che è di ogni vero artista, non è mai stata assente. Il corpo, quello fisico e non il suo simulacro, in forma di scultura o dipinto veniva esposto, esplorato, forzato, morso (da Vito Acconci) o addirittura tagliuzzato (dalla Pane) per creare stati emotivi inattesi, brevemente progettati e poi lungamente descritti. Le performance venivano sempre anticipate da copioni e poi accompagnate da riflessioni a un tempo teatrali, sociologiche e filosofiche.
Ma sono stati proprio i gesti del corpo, quello per cui Gina Pane e Acconci e gli altri, hanno goduto degli onori delle cronache anche fuori della ristretta cerchia degli amatori.

La fisicità nelle opere della Pane che risultava provocatoria trent’anni fa, oggi si rivela addirittura profetica. Con quale intensità, l’attenzione verso il proprio corpo sia diventata un’ossessione condivisa, lo testimoniano gli stessi mezzi (sempre di più e sempre più radicali) messi a disposizione dalla scienza per modificare le proprie caratteristiche fisionomiche. Dalla chirurgia estetica alla programmazione bio. Ma mentre la scienza procede oltre l’immaginabile, il desiderio resta uguale a se stesso. Si parla spesso di tribalizzazione come dell’altra faccia della globalizzazione: a livello estetico molti di questi interventi sul corpo, non possono non essere assimilati alle pitture, alle acconciature e alle infibulazioni cerimoniali di certe tribù primitive. Del resto sono proprio gli artisti, “i folli”, che nelle società urbane oggi ricoprono il ruolo medianico, che era quello dello sciamano delle società primitive.