cucina

Guardare è un po' mangiare

Cresce l'interesse per la buona cucina

06 Mag 2004 - 02:38

Si moltiplicano i programmi televisivi e le rubriche sui giornali, non solo femminili. Aumenta il numero delle guide ai migliori ristoranti. Non c’è mostra che non sia abbinata a un itinerario gastronomico. Ai vari saloni dei sapori e del gusto c’è sempre la coda, e nonostante la diminuzione dei consumi i ristoranti sono sempre pieni. Nel bel Paese pare che al mangiar bene non si rinuncia proprio mai.

Come spiegare questa tendenza in costante aumento? Il cibo sembra diventato l’interesse principale per molti di noi. Un fenomeno che sembra una contraddizione in una società perennemente a dieta, ossessionata dal peso e dalla linea, con il mito della magrezza a tutti i costi e parecchi adolescenti con problemi alimentari da risolvere. Secondo il parere di autorevoli studiosi questo fenomeno si spiega ancora una volta parlando di spettacolarizzazione, ossia abbiamo trasformato in uno spettacolo anche il cibo. Trasformare il cibo in spettacolo significa consumarlo senza ingrassare e renderlo innocuo. Pranzi e cene ci ossessionano? Il peso forma è l’obiettivo a cui dedichiamo la maggior parte delle nostre energie? Guardare una trasmissione di cucina o sfogliare un libro di ricette può essere un aiuto a risolvere il problema: perché non significa che li prepareremo davvero, quei piatti. Però in qualche modo ce ne occupiamo. Oggi noi diremmo che guardare è un po’ mangiare insomma è come se guardando alla tv qualcuno che prepara una pietanza ci dà un po’ l’idea di averla già gustata.

Succede anche con altre attività: secondo alcune teorie, per esempio, attraverso la violenza spettacolarizzata dei film si scarica la propria aggressività, evitando di essere violenti nella pratica. Allo stesso modo il cibo così diventa innocuo. Possiamo “consumarlo” senza ingrassare. E’ la stessa dinamica che sta favorendo il fenomeno della degustazione: non si mangia più ma si centellina, appunto, il cibo come il vino.

Siamo diventati all’apparenza tutti più raffinati e non più ingordi. Si mastica con calma, quasi secondo un rituale. Si ricercano combinazioni estrose, il prodotto raro, si dedica tempo alla spesa, alla preparazione dei pasti. Non si fa attenzione solo al cosa e al quanto, ma anche al come e al dove ci si nutre: in un ambiente piacevole, su una tavola apparecchiata con cura.

E’ un modo come un altro per volersi bene. Siamo tornati in un certo senso al passato. Una volta la gente doveva essere parca per forza di cose perché c’era poco da mangiare. E quando capitava qualcosa di più, come il pranzo della domenica, era una festa: si stava a tavola con piacere, si gustavano i sapori con tutta la calma possibile.

L’atto del mangiare lo consideriamo tutt’ora un’attività legata alla sopravvivenza. E invece anche il cibo ha una valenza culturale e ha a che fare con il suo territorio. Fa parte della storia. Il grande filosofo Fouerbach asseriva che “noi siamo ciò che mangiamo”.

Sicuramente questi cambiamenti in atto (la maggior attenzione al come e cosa si mangia) migliorano la nostra salute a discapito dell’obesità che pare minacciare parecchi italiani. Ma il fatto che la cucina sia diventata l’interesse predominante, significa che forse ci interessano meno altre attività, come per esempio il sesso.

Già Freud aveva sottolineato il nesso tra sesso e oralità. Secondo lo psichiatra, una società basata soprattutto su quest’ultima è una società regredita, infantile, immatura.

E in effetti sono caratteristiche che ci corrispondono abbastanza. Il mangiar bene sembra l’ultima gratificazione rimasta. Come se dovessimo far incetta di energie che magari domani non saremo sicuri di trovare.