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Quando Sergio Mattarella si schierò contro la minigonna in classe

Nel 1989 l'allora ministro dell'Istruzione appoggiò la decisione della preside di una scuola di Vigevano che aveva vietato abiti succinti

- Dicembre 1989. Il muro di Berlino era caduto da poco, la Scuola italiana dibatteva sull'ora di religione ma l'allora ministro dell'Istruzione Sergio Mattarella dovette affrontare un'altra "scottante" questione, sollevata dalla deputata radicale Ilona Staller, meglio nota come Cicciolina: la minigonna in classe. "A scuola l'esuberanza dei ragazzi va contenuta", disse il neoeletto Presidente della Repubblica.

Quando Sergio Mattarella si schierò contro la minigonna in classe

L'ex pornostar, come all'epoca segnalò il quotidiano La Stampa, aveva interpellato formalmente il ministro sul caso di una ragazza di una scuola media di Vigevano richiamata dalla preside dell'istituto, Annamaria Tosi, perché si era presentata il classe con indumenti troppo succinti. Secondo Mattarella, il provvedimento della preside, che aveva vietato alle allieve di indossare la minigonna durante le ore scolastiche, "non può essere ritenuto sconveniente o suscettibile di censura".

"Se è innegabile — aveva aggiunto il ministro — il diritto dei giovani di indossare modelli di abbigliamento diffusamente proposti dalla moda corrente e ormai naturalmente accettati, è altrettanto innegabile che le stesse famiglie, tranne rare eccezioni, si aspettano che nella scuola la naturale esuberanza dei giovani sia contenuta a livelli compatibili con un ambiente ove si esercita istituzionalmente una funzione educativo-didattica".

Per niente d'accordo la deputata radicale, che aveva definito la decisione della preside Tosi una forzatura moralistica. Ilona Staller aveva ironicamente chiesto al ministro "se preveda di ripristinare nelle scuole medie l'uso del grembiule nero, per impedire che il corrosivo veleno della moderna minigonna riduca in cenere l'operato educativo" di presidi e insegnanti.

Il controverso parere di Mattarella aveva sollevato anche le obiezioni del mondo femminista. "Il ministro riconosce che è un diritto degli studenti vestirsi come gli pare — aveva commentato Lidia Menapace, leader storica del femminismo —, ma poi in pratica lo nega. A questo punto, viene da chiedersi: a quando il chador?".

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