Sono sempre stata convinta che i cosiddetti “posti di villeggiatura”, come venivano definiti una volta, nell’epoca dei tre mesi di ferie garantiti, non esistessero veramente e li allestissero a uso e consumo dei turisti, i “signori”, come vengono definiti nel nuovo libro di Genovesi, e poi smantellati all’avvento di un altro inverno e di un altro anno di scuola. Invece non è così, “Versilia rock City” (Mondadori) ci racconta proprio i mesi morti di chi si trova a vivere la propria intera vita in funzione del turismo, perché, come esplica chiaramente la canzone di Bertiana memoria, il mare, anche d’inverno, è una realtà con cui fare i conti.
Un’esistenza in funzione dei “milanesi”, estranei a cui d’estate si lascia la propria casa in affitto (per ammassarsi nei capanni roventi in giardino) e un territorio in cui le spiagge sono un carnaio per qualche mese l’anno e poi diventano solo una parte accessoria del paesaggio, sono lo sfondo in cui si muovono i personaggi. Giostrandosi tra il passato e il presente, Genovesi lascia ogni capitolo a una diverse voce narrante, per raccontare una storia di vinti e di vincenti fasulli, personaggi che si scontrano, si amano a vuoto e si detestano, non riuscendo a sfuggire alla piccola miseria del loro quotidiano, sempre immutato, che sia il vernissage con i pedanti colleghi, noiosamente avvocati o una stanzetta maleodorante con il PC sempre acceso. Marius, Nello e Renato sono degli inetti, che vivono di sogni o di glorie passate, che si nutrono di illusioni altrui o che tentano di ristabilirsi nel consorzio umano dopo una vita annebbiata dalla droga. L'unico personaggio femminile protagonista è Roberta, integerrima e algida, una di quelle donne quietamente infelici, dedita esclusivamente al lavoro, che tenterà di evadere dalla noia e dal tedio del vivere in provincia, Guccini permettendo. Una buona prova di Genovesi, che ci conduce verso un finale solo in parte salvifico e comunque non consolatorio. Un libro per l’estate, che ci ricorda che arriverà, comunque, l’inverno.
