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23/1/2007

E' morto Leopoldo Pirelli

L'imprenditore aveva 81 anni

E' morto nella sua casa di Portofino, a 81 anni, l'imprenditore Leopoldo Pirelli, presidente onorario della Pirelli & C. Figlio di Alberto e nipote del senatore Giovanni Battista Pirelli, fondatore dello storico gruppo italiano, Leopoldo era nato a Velate, in provincia di Varese, nel 1925. A lungo al timone dell'azienda, aveva ceduto il comando al figlio Alberto, a cui era poi subentrato, nel 1992, il genero Marco Tronchetti Provera.

Per decenni ha guidato il gruppo industriale creato dalla sua famiglia. Leopoldo si era laureato nel 1950 in Ingegneria meccanica e, dopo gli studi, aveva effettuato un lungo tirocinio nell'ambito del suo gruppo, dove era diventato consigliere d'amministrazione nel 1954.

Nel 1956 ha assunto la vicepresidenza e nel 1965 la presidenza. Sotto la sua guida la Pirelli ha allargato il suo business: dall'industria della gomma e dei cavi elettrici l'attività si è infatti estesa alla carta e alla meccanica. L'azienda contava 53 impianti di produzione in Italia e 34 all'estero, dalla Gran Bretagna all'Australia. Tra il 1992 e il 1999 ha lasciato tutte le cariche esecutive ricoperte nel gruppo in quasi 50 anni di attività.

Nel maggio del 1999 è diventato presidente onorario della Pirelli & C. Spa. Negli ultimi anni ha lasciato, allo scadere dei rispettivi mandati, i Consigli d'amministrazione di Comit, Cofide, Smi, Mediobanca, Ras e Gim. Dal 1974 al 1982 è stato vicepresidente della Confindustria, dove dal 1957 è membro della Giunta dal 1957. E' stato anche presidente della Commissione per la riforma dello statuto confederale tra il 1969 e il 1970. Il 2 giugno 1977 Leopoldo Pirelli era stato nominato Cavaliere del Lavoro, come il padre, che aveva ricevuto l'onorificenza nel 1934, e il nonno, nel 1902.

PROTAGONISTA DEL CAPITALISMO ITALIANO
"Un imprenditore deve sempre cercare, con tutte le sue forze, di chiudere buoni bilanci. Se non ci riesce una volta, riprovare. Se non ci riesce più volte, andarsene. E se ci riesce non deve credersi un padreterno, ma uno che ha fatto il suo dovere". E' questa l'idea che ha ispirato fino alla morte Leopoldo Pirelli, uno dei protagonisti indiscussi della finanza e dell'industria italiana, spesso accoppiato negli elogi e nelle critiche all'avvocato Agnelli, l'altro mito del capitalismo italiano. Entrambi simboli del miracolo economico e bersaglio delle contestazioni dopo l'autunno caldo del '69.

Un capo-azienda, proseguiva il decalogo di Pirelli, "deve essere onesto verso azionisti e dipendenti, ma anche verso clienti, fornitori, concorrenti, fisco, partiti e mondo politico". Appassionato di vela, come l'Avvocato, tifoso milanista, è definito spesso "un calvinista con il culto della privacy". Nel 1973 era rimasto coinvolto in un grave incidente automobilistico nel quale suo fratello Giovanni perde la vita. Schivo e poco mondano, due figli, Pirelli si circonda dell'amicizia di altre famiglie e protagonisti del "gotha" milanese: Enrico Cuccia, i Bonomi, i Falck, gli Orlando. Alla fine degli anni Sessanta è pionere della globalizzazione con l'alleanza con Dunlop, fallita però qualche anno dopo. "Se tornassi indietro risposerei Dunlop, anche se cercherei di consumare il matrimonio la sera delle nozze, o forse anche qualche tempo prima", dirà Pirelli bocciando il tipo di governance che si era pensato per il matrimonio.

Dopo la pesante contrapposizione tra industriali e sindacati negli anni Settanta è protagonista della riforma di Confindustria (di cui è membro a vita dall'82) e a lui si deve l'introduzione della lettera agli azionisti e l'apertura alla piccola industria e ai giovani industriali.

Succeduto al padre Alberto e allo zio Piero alla guida della società fondata dal nonno Giambattista (fondatore dell'azienda nel 1872), Leopoldo Pirelli è l'indiscusso timoniere della società per molti anni. Conduce personalmente la ricerca di un partner strategico per far fare alla sua industria quel salto dimensionale nel settore degli pneumatici. Dopo aver tentato con Dunlop e alla fine degli anni Ottanta con la Firestone (un'opa fallita per la contromossa di Bridgestone), all'inizio degli anni Novanta tenta la scalata alla tedesca Continental, ma la ferma opposizione del management tedesco e l'indebitamento sostenuto per rastrellare i titoli sul mercato fanno saltare l'operazione.

Anche in questo caso uno dei cardini della Milano industriale, che nel '78 vende il Pirellone alla Regione Lombardia per ridare slancio al gruppo, si prende ogni responsabilità e nel '92 cede la guida operativa a Tronchetti Provera.

Nel '99 il suo ritiro definitivo (diventerà presidente onorario) con la rinuncia a tutte le cariche societarie. "So di lasciare il gruppo in mani sicure" dice all'ultima assemblea rivolgendosi agli azionisti che lo salutano con un lunghissimo applauso "io e Marco siamo due galli che hanno convissuto bene, ma non bisogna abusare di questo eccezionale dono".

E' lui stesso a designare l'erede: "Marco" aggiunge poco prima della sua uscita di scena "è certamente l'artefice della ripresa del nostro gruppo, ne è il leader: è molto intelligente, ha intuito e comando di uomini all'interno e senso delle relazioni all' esterno dell'azienda. Alberto" dice rivolgendosi al figlio "quest'ultima qualità proprio non ce l'ha, perchè vive all'interno dell'azienda e della sua famiglia: ha alto senso del dovere, grande capacità di lavoro e attaccamento al nome, delle cui tradizioni etiche è un cristallino erede".

Dopo il ritiro dalle prime linee il suo gruppo cambia, diventa protagonista delle tlc con l'acquisto di Telecom, muta radicalmente nel frattempo anche quel salotto buono, incentrato su Mediobanca, Fiat e Pirelli, che ha influenzato per molti anni l'economia italiana. Dopo quella di Cuccia e Agnelli la scomparsa di Pirelli chiude definitivamente un capitolo della storia, non soltanto industriale, dell'Italia.