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Dani Alves, la banana della "discordia"

Un'operazione di marketing dietro il gesto contro il razzismo

- Ha incassato l'appoggio di tutto il mondo dello sport e, giustamente, l'applauso e l'approvazione della Fifa. Poi, però, è spuntata una maglietta e il gesto di Dani Alves, quella banana raccolta e mangiata in campo per sbeffeggiare il razzismo, è improvvisamente diventato un caso. Lo ha scritto As per primo, poi è arrivata la conferma: "L'idea era che a mangiare la banana fosse Neymar: l'ha fatto Dani e va bene lo stesso". Firmato: Guga Ketzer, niente meno che il pubblicitario dell'agenzia Loducca che cura, appunto, gli interessi di Neymar. Insomma, un'operazione di marketing, per dirla come poi in effetti è o è diventata.

Dani Alves, la banana della "discordia"

Niente che in fondo tolga valore alla lotta al razzismo. Ma qualcosa di meno spontaneo. Forse. Per capire tocca però fare un passo indietro perché non bastano e non devono bastare le parole del pubblicitario. La campagna, nata sotto l'hashtag #somostodosmacacos (siamo tutti scimmie), aveva e ha in ogni caso un valore simbolico molto importante. Quel che è venuto dopo, però, lascia qualche perplessità. Un pizzico di amaro in bocca e nulla più. Dani Alves giura di essere stato spontaneo, ma sul web le magliette #somostodosmacacos son ogià in vendita a 69 euro. Il che traduce un gesto in un affare. E un simbolo in un vizio. E' la banana della discordia. Una banana che odia i razzisti, ma fa ricchi i pubblicitari.

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Razzismo
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