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DirettaCanale 51

Counting Crows infiammano Milano

Successo per la tappa milanese del tour all'Alcatraz

di LUCA PESANTE

- Gli occhiali spessi sono la resa all'evidenza del tempo trascorso. Ma la chioma, la voce e l'irrinunciabile voglia di “recitare” il canto usando la mani, l'espressione degli occhi, puntando il dito ora qui e ora lì, sono gli stessi di sempre. Adam Duritz incanta l'Alcatraz di Milano, bis italiano al concerto-evento di Padova. Front man dei Counting Crows, icona whitedread di un Rock classico, folk, malinconico che ha accompagnato sulla spalla i “ninety”, la band di San Francisco rende omaggio al suo repertorio, accompagnata da migliaia di fan che potrebbero trascrivere a matita l'intero album «August and Everything after». Quel '93 questa sera sembra così vicino. Sette dischi di platino con un solo album sono tanti e allora si può iniziare, senza urlare. L'accordo di chitarra di David Bryson apre la serata, raccoglie il boato, e “Step out the front door...”, varca la porta della memoria e dà inizio a “Round Here”.

Counting Crows infiammano Milano

I primi minuti di concerto sono un affresco da capire. Ventuno anni fa la band esordì spiazzando il mondo, aldilà e aldiquà dell'Oceano. Merito, perlomeno all’inizio, di un singolo esplosivo come «Mr Jones» (a centro scaletta all'Alcatraz: è ovazione), in grado di fare breccia nel cuore del grande pubblico e di non uscirne più. Da allora il gruppo di Adam Duritz ha proseguito la propria carriera senza cambiare mai passo, volontariamente, diventando espressione di un rock raccontato senza sudore e senza frette. Solo sette album in un ventennio, senza cadute, senza delusioni. I fan oggi si ritrovano sotto il tetto milanese di via Valtellina per ascoltare «Somewhere Under Wonderland», nuovo lavoro che ha debuttato al sesto posto della classifica americana.

Ci sono le nuove hit “Scarecrow” e “Palisades Park”, e ci sono molti classici. Bellissima la poesia di “Mercy” dove le atmosfere melodiche e la brillantezza del pianoforte si incastrano nella splendida voce di Duritz, e commovente la fisarmonica di Charlie Gillingham in “Omaha”, una delle perle di quel mai dimenticato album.

I Counting Crows raccontano rimpianti e melanconia di quegli anni, i Novanta, in cui sfide, frontiere e forse anche i nemici, sembravano all'improvviso essere nascosti dentro ciascuno di noi. Arpeggi morbidi, pianoforte, una batteria rassicurante. E la voce di Adam Duritz, oggi più espressiva che mai. Chi li ha amati allora, dopo tanta lontananza dall'Italia ringrazia con una lacrima. E lui, occhiali neri e dread saluta con una promessa: "Non preoccupatevi, torneremo. Ci vediamo quest'estate".

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