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15/10/2010

Il Ventre di Napoli

Nove artisti di Rotterdam a Napoli

Palazzo delle Sperimentazioni di Napoli
9 ottobre - 8 dicembre 2010


La mostra Il Ventre di Napoli è il risultato di un progetto organizzato da Patricia Pulles, in corso da due anni, che coinvolge nove artisti che vivono a Rotterdam, nei Paesi Bassi.
Dopo una breve visita iniziale (ottobre 2008- febbraio 2009), i partecipanti al progetto, provenienti da diverse discipline artistiche, durante una seconda permanenza in città (settembre 2009- giugno 2010), hanno registrato la loro percezione dello stato urbano, storico, sociale e culturale della città di Napoli, attraverso la creazione di nuovi lavori.

Il tema centrale del progetto Il Ventre di Napoli  è: come si può definire al giorno d’oggi una città multiculturale?

Sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli sono esposte delle statue di diversi Re del Regno di Napoli (1282-1815): Ruggero II di Sicilia, Federico II di Hohenstaufen, Carlo d’Angiò, Alfonso d’Aragona, Carlo V, Carlo III, Gioacchino Murat e Vittorio Emanuele II.
Durante i secoli passati Napoli è stata dominata - per periodi più o meno lunghi - da molte popolazioni straniere, tra cui Normanni, Francesi e Spagnoli ma anche Fenici, Greci e Romani posero radici in città.
Ancora oggi è possibile rintracciare le influenze di queste varie culture nel dialetto, nel cibo, nella musica e nell’architettura della città, che è stata una sorta di spugna, capace di assorbire le varie influenze straniere.
Questa società multiculturale ante litteram non ha però conosciuto un fenomeno di immigrazione su larga scala paragonabile a quello avvenuto in Olanda dall’inizio degli anni ‘60.
Al momento, la percentuale di immigrati si attesta sul 6% anche se il fenomeno è in crescita. Si registra inoltre un rapido incremento dell’immigrazione clandestina dall’Europa Orientale e dall’Africa, attraverso l’ex colonia italiana della Libia. Il progetto Il Ventre di Napoli è nato da una riflessione sulla situazione socio-politica olandese e gli attuali, costanti quesiti che la società multiculturale pone.

Tutti gli ospiti hanno fatto riferimento nei loro lavori, direttamente o indirettamente, alla situazione socio-politica in un contesto urbano: Maziar Afrassiabi (Iran 1973), Mohammed Benzakour (Marocco, 1972), Rossella Biscotti (Italia, 1978), Libia Castro & Ólafur Ólafsson (Spagna e Islanda, collaborano da 1997), Ronald Cornelissen (Olanda, 1960), Ben Laloua / Didier Pascal (NL, studio fondato in 2001), Parisa Yousef Doust (Iran, 1973) e Katarina Zdjelar (Serbia, 1979).
Partendo dalle loro peculiari identità, tutti i partecipanti al progetto IVDN si identificano con la città e attraverso le loro pratiche artistiche si collegano alla realtà urbana di Napoli. Per ognuno di loro la ‘napoletanità’ assume un significato diverso. I nuovi lavori saranno esposti nei spazi del Palazzo delle Sperimentazioni.

I partecipanti al progetto sono tutti di Rotterdam, un porto come Napoli, che accoglie un’ampia comunità di immigrati ma in un contesto urbano piuttosto differente.
L’ intento, comunque, non è quello di enfatizzare differenze o similitudini tra le due città, quanto quello di presentarle come due esempi di realtà multiculturali o, meglio ancora, due modelli di comunità urbane. IVDN vede la città come un meccanismo vivente la cui identità, intesa come architettura, pianificazione urbana, lingua, popolazione, è stata plasmata dalla propria storia e dalle varie culture che adotta ed accoglie.
L’identità di una città e la sua posizione topografica, favoriscono inoltre l’apertura e l’accoglienza a culture e popoli diversi.

Il titolo del progetto Il Ventre di Napoli, è tratto da una serie di articoli scritti nel 1884 dall’allora ventottenne Matilde Serao, nei quali si criticavano duramente alcune dichiarazioni del Primo Ministro Depretis. In quell’anno una grande epidemia di colera colpì la città. Depretis affermò che l’intero centro storico di Napoli avrebbe dovuto essere raso al suolo e ricostruito con strade più ampie, fognature migliori e case più vivibili. In una serie di nove articoli pubblicati in prima pagina sul quotidiano romano ‘Capitan Fracassa’, Matilde Serao decrisse le implicazioni socio-economiche, le tradizioni ed i costumi del cuore di Napoli, concludendo che distruggendo il suo cuore - letteralmente ‘il ventre’- si sarebbe distrutta l’intera cultura napoletana.

Artisti:
Maziar Afrassiabi (Iran 1973), www.nodenet.org
Mohammed Benzakour (Marocco, 1972), www.benzakour.eu
Rossella Biscotti (Italia, 1978), www.rossellabiscotti.com
Libia Castro & Ólafur Ólafsson (Spagna& Islanda, collaborano da 1997), www.libia-olafur.com
Ronald Cornelissen (Olanda, 1960), www.ronaldcornelissen.com
Ben Laloua / Didier Pascal (NL, studio fondato in 2001), www.bendidier.nl
Parisa Yousef Doust (Iran, 1973), www.parisayousefdoust.com
Katarina Zdjelar (Serbia, 1979), www.katarinazdjelar.wordpress.com

IVDN viene finanziato da: The Netherlands Foundation for Visual Arts, Design and Architecture; Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi; City of Rotterdam, Department of Culture; Centre for Visual Arts Rotterdam.


Periodo
: 9 ottobre al 9 dicembre 2010

Info:  tel 338 423 7418 - 347 638 6114

Orari : dal mercoledi al sabato dalle ore 18 alle ore 21

Ingresso: gratuito

Ufficio stampa: Fondazione Morra

Fotografie: Andrea Rossetti


Palazzo delle Sperimentazioni
Corso Vittorio Emanuele 341
Napoli


 

Il Ventre di Napoli

Nella primavera 2009 ho scritto il progetto ‘Il Ventre di Napoli’ e ho invitato nove artisti di Rotterdam ad offrire il proprio contributo. I partecipanti hanno soggiornato con me per un periodo a Napoli e hanno esplorato la città. La domanda centrale da me posta era: come si può definire oggigiorno una città multiculturale? Rotterdam, la città olandese dove per anni ho vissuto e lavorato, e Napoli, che conoscevo per numerose visite, apparivano ai miei occhi come due modelli attuali di società urbane contemporanee. Le caratteristiche fisiche di entrambe le città, situate sul mare con un importante porto (principale motore dell’economia), erano particolarmente adatte ad accogliere gli stranieri. Napoli è una città del Mediterraneo definita come una ‘spugna’ per gli influssi delle numerose culture che ha assorbito nel corso dei secoli. Rotterdam è una città portuale in cui oltre la metà della popolazione non è originaria dei Paesi Bassi. Negli ultimi anni il processo di destrizzazione in questo paese ha registrato una forte crescita: i Paesi Bassi hanno iniziato a precipitare dalle vette della tolleranza, mentre già da secoli Napoli sembra non conoscere tali problemi...

Durante l’ultimo anno e mezzo ho abitato a Napoli in diversi quartieri. Ho iniziato nel centro storico in un ‘basso’ a Piazza Gerolomini. Un ‘basso’ è un tipico alloggio napoletano che ospita le classi sociali più basse, appunto, piccolo, non elevato, con vista diretta sulla strada. Successivamente mi sono trasferita al quinto piano di un palazzo alla fine di Via Settembrini, vicino Porta Capuana. Mi sono quindi spostata al quartiere Montedidio e poi a Via Bausan, nell’elegante Chiaia, per passare infine al quartiere popolare Montesanto. Ogni quartiere è un villaggio a sé. Col tempo ho scoperto che quando un napoletano incontra un concittadino fuori Napoli, la prima domanda che pone all’altro è da quale quartiere provenga. Se sei nato a Posillipo non verrai mai nel Centro Storico. Vieni dal Vomero e vai a vivere a Via Foria? Allora c’è qualcosa che non va... Questa città piena di vita, dai mille volti (culturali) sembra al tempo stesso un agglomerato di piccoli villaggi. Fino a che punto questo coincide con quanto ha scritto Paul Scheffer sulla società olandese contemporanea e sui problemi di integrazione delle diverse culture?: “Le distanze tra abitanti locali e nuovi arrivati sembrano essere enormi; la società dà l’idea di un arcipelago senza molti ponti”.


Diversità

L’architettura napoletana, la pianta urbanistica della città, la lingua, la popolazione, tutto ciò si è formato attraverso la storia e le diverse culture che la città ha accolto e assorbito nel corso dei secoli. Dopo i Greci e i Romani nell’età antica, hanno lasciato tracce di sé i Normanni, a partire dal XII secolo, i Francesi e soprattutto gli Spagnoli nel XVI e nel XVII secolo. Nel 1924 Walter Benjamin, dopo una visita alla città, definì Napoli una ‘città porosa’. Non si tratta semplicemente di un richiamo al tufo su cui sorge il capoluogo partenopeo: la porosità si rivela anche nella costante e reciproca influenza della vita di questa città e la sua struttura architettonica. A proposito di questa relazione tra spazio e persone, tra architettura e cultura, Benjamin scrive, nel libro ‘One Way Street’: “Nessuna situazione si presenta nel suo aspetto reale, compiutamente definita; nessuna forma è fissata una volta per tutte”. Per Benjamin la città è un organismo mobile e in Napoli coglie “la passione per l’improvvisazione, la quale esige che spazio e possibilità vengano protetti a qualsiasi costo”. Questa città porosa è estremamente sensibile ad accogliere le tracce culturali nella lingua, nella cucina, nell’architettura, etc. Anche Pier Paolo Pasolini definisce Napoli unica ed originale nel suo stile di vita: l’autore descrive Napoli come la città della diversità e della stratificazione sociale voluta e difesa. Pur rivolgendo uno sguardo al passato, Napoli è allo stesso tempo laboratorio di nuove lingue e tendenze. Nel 1975 Pasolini scrive: “Questa tribù [napoletana] ha deciso di estinguersi (...) rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la Storia o altrimenti la modernità. È un rifiuto sorto dal cuore della collettività contro cui non c’è niente da fare”.


Collettività

Tuttavia esiste anche un altro aspetto di questa tanto decantata diversità. Al di là del fatto che a Napoli non si è mai avviata la Rivoluzione Industriale, le rivolte al tempo della Rivoluzione Francese neppure portarono alla nascita di una forte classe borghese. Questa si rivelò infatti un completo fallimento a Napoli. Il filosofo napoletano Aldo Masullo scrive che la mancanza di un’egemonia da parte di una classe o un gruppo ha fatto sì che a Napoli si generasse un vuoto, da cui i potenti (da leggersi: i malavitosi) avrebbero continuato a trarre sempre più vantaggio. Secondo Masullo ogni napoletano vive isolato all’interno della propria classe e c’è tra le classi poco contatto reciproco. Nei suoi ‘Quaderni del Carcere’  Antonio Gramsci scrive negli anni 1929-35: “[Napoli] è la città senza classi ma con molti ceti, è la città senza egemonie ma con profonde e marcate disparità socio-economiche tra i suoi uomini e i suoi quartieri”. A questo proposito Masullo chiama in causa le nozioni di ‘comunità’ e ‘società’. Il termine ‘comunità’ fa riferimento alla vita all’interno di una comunità (familiare) chiusa, in cui tutti i membri sono legati da vincoli di sangue. Con ‘società’ invece si rimanda al concetto di appartenenza ad una società e di condivisione delle responsabilità della città in cui si vive. Tra la tanto celebrata diversità, sembra mancare a Napoli la nozione di senso della collettività condivisa dall’intera popolazione. Questa mancanza di collettività è forse uno dei motivi per cui spesso Napoli è definita tra l’altro come città anarchica; una città la cui popolazione non vuole essere governata. A questo proposito Masullo fa notare che le strutture politiche non hanno mai coinvolto il popolo nell’amministrazione della propria città! Ciò implica che il ‘senso comunitario’ si sia sviluppato in maniera molto più forte del ‘senso civile’: la sensazione di appartenenza in quanto cittadino è rimasta molto debole. Tutto questo dà a Napoli un carattere ambiguo: da un lato è vivo l’orgoglio collettivo di essere napoletano, ma allo stesso tempo è in corso una tagliente ‘lotta per la sopravvivenza’ al grido ‘ognuno per sé e Dio per tutti’.

La problematica dell’integrazione sorta nei Paesi Bassi sembra al momento non interessare Napoli. L’immigrazione su larga scala che ha preso avvio nei Paesi Bassi a partire dagli anni ’60 è sconosciuta a questa società multiculturale avant-la-lettre. La percentuale di immigrati si aggira al momento appena intorno al 6%, ma la cifra è in rapido aumento. Inoltre è fortemente in crescita un gruppo di profughi irregolari provenienti dall’Europa dell’Est e dall’Africa, attraverso l’ex colonia della Libia. Questi immigrati e le loro culture sembrano crescere rapidamente nel napoletano. La clandestinità del resto è probabilmente l’unica maniera per sopravvivere nella città. Si parla spesso a Napoli di multietnicità e monoculturalità: tutte le diverse culture sembrano assimilate ad una, quella napoletana, così come accade ormai da secoli. A questo punto, dunque, sarei più incline a definire Napoli, anziché come una città multiculturale come l’avevo descritta all’inizio del progetto, come una società multietnica, con una forte stratificazione sociale. Il popolo napoletano non ha paura di perdere la propria identità: ha infatti sempre vissuto in maniera autonoma, senza alcun riconoscimento di un governo. In questo modo ha creato una forte identità propria che nessuno potrà mai sottrargli!

Patricia Pulles, maggio 2010

Ringrazio gli artisti, i sostenitori del progetto, la Fondazione Morra e tutti gli amici napoletani.

Fonti:
Paul Scheffer, Het Land van Aankomst, Amsterdam, 2007;
P.P. Pasolini, Scritti Corsari; Antonio Gramsci, Quaderni del Carcere; Walter Benjamin, One Way Street,  citati da Aldo Masullo, intervistato da Claudio Scamardella, Napoli siccome immobile, Napoli, 2008

 

Maziar Afrassiabi (Iran, 1973) registra un gruppo di persone provenienti da diversi angoli della società napoletana a cui ha chiesto di cantare insieme per due giorni. I partecipanti cantano spesso le loro canzoni preferite, ma poiché ognuno ha un diverso background, le più disparate canzoni devono essere contrattate cantando all’interno del gruppo. A volte ne risultano voci indefinite. Da un punto di vista tradizionale questi suoni vengono definiti col termine ‘noise’. Il processo musicale di strutturazione del ‘noise’ come descritto da Jacques Attali, coincide allo stesso tempo con il processo politico di strutturazione di una comunità. Il materiale raccolto viene sottoposto da Afrassabi, il tutto improvvisando, ad una base musicale con basso, batteria elettronica, chitarra e sintetizzatore.

Punto di partenza del progetto di Ben Laloua / Didier Pascal (studio fondato nel 2001) è l’edicola dei giornali e delle riviste a Napoli. L’edicola è il luogo in cui circolano le prime voci mentre le ‘grandi’ notizie sono a tua disposizione nella forma di riviste nazionali e internazionali. Oltre alla funzione pratica a cui assolve, l’edicola è una metafora della città. Ci si trova di tutto, dal dolce – delle chewing-gum e dei biscotti- all’amaro – dell’orrore dell’ultima catastrofe. Laloua e Pascal indagano la tensione della città (storica) in un paesaggio drammatico e l’impatto che ne deriva sui mass media. Lo studio costruisce un’immagine della città del Sud Italia sulla base dei discorsi e delle osservazioni raccolte nel corso del soggiorno a Napoli e di articoli apparsi nei media internazionali. Prendendo spunto da questo lavoro, l’autore olandese Hans Aarsman ha scritto tre racconti ambientati in tre specifici luoghi napoletani: Casoria, Somma Vesuviana e Castel dell’Ovo. Tali racconti sono disponibili in un’ edizione speciale lanciata proprio per questa occasione da ‘post editions’ e anche pubblicati in un giornale italiano. Nella mostra una serie di murales racconta i tre luoghi attraverso la forma grafica.

Mohammed Benzakour (Marocco, 1972) mette in campo tutti i suoi sensi e se ne va in giro a giocare a pallone, cucinare, chiacchierare e passeggiare per Napoli. Al mercato di Montesanto il suo sguardo è attratto da un enorme pesce spada, divenuto oggetto del suo racconto. La pescheria di Napoli richiama alla mente di Benzakour la pesca nella sua regione natale in Marocco, ma racconto e riflessioni prendono una piega completamente autonoma, bizzarra.

Rossella Biscotti (Italia, 1978) ambienta a Napoli tre performance. La prima a Pozzuoli, nell’area di circa 30.000 m2 di uno stabilimento industriale progettato negli anni ’50 dall’architetto napoletano Luigi Cosenza su incarico di Adriano Olivetti (1901-1960). Nel periodo post-bellico Olivetti voleva investire nello sviluppo economico e sociale del Sud Italia: il progetto si fondava sulla volontà di garantire ai lavoratori delle condizioni di vita e lavorative ideali. La performance della Biscotti vede un uomo correre attraverso il terreno dello stabilimento. Non si tratta di un gioco o di una competizione sportiva: mediante la corsa il protagonista sembra volersi liberare da qualcosa. La performance si svolge lungo diversi punti del centro storico. In contrasto con gli ideali a cui ambiva il progetto di Olivetti, la cruda realtà cittadina di ogni giorno. Questo secondo percorso si snoda attraverso questa città reale, lungo edifici pubblici come il tribunale, il museo, Porta Capuana, il palazzo della Prefettura, ma anche lungo posti legati a ricordi personali della Biscotti, che a Napoli ha compiuto i suoi studi. La terza performance infine si svolge a Via Marina: un altro uomo cammina portando con sé un pesante mattone dorato di ottone. Costeggiando il porto dalla Stazione Marittima, da cui partono tutte le navi passeggeri, arriva fino ai porti di trasbordo e al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Il mattone rappresenta il lavoro manuale ma allo stesso tempo anche la ribellione.

Libia Castro & Ólafur Ólafsson (Spagna e Islanda, lavorano insieme dal 1997) prendono in esame antiche raffigurazioni e testi sulla condizione e sul ruolo della donna, del sesso e degli stranieri nell’età dell’antica Grecia e nel periodo greco-romano a Napoli, che hanno rivelato tra l’altro radici di xenofobia e misoginia. Nell’antica Atene le donne sposate dovevano rimanere a casa e gli stranieri vennero considerati a lungo nella ‘polis’ degli estranei con determinati diritti. Nell’antichità la paura di una contaminazione razziale era una prerogativa della società patriarcale. Intorno alla metà del V secolo a.C., ad esempio, venne emanata una legge che puniva l’unione tra una donna greca e un uomo straniero: questa avrebbe infatti generato cittadini non puri. Rappresentando la trasgressione di una proibizione fondata sulla paura della contaminazione, Castro & Ólafsson realizzano un’installazione sonora in cui una donna napoletana e un uomo straniero, mentre fanno l’amore, leggono alcuni frammenti di testi antichi che testimoniano la posizione della donna e dello straniero nell’età antica, mentre fanno l’amore.

Centrale nell’installazione ‘Giro Down’ di Ronald Cornelissen (Paesi Bassi, 1960) è un babelico mix del celebre sermone ‘Black Diamond Express Train To Hell’ del pastore americano A.W. Nix. Il sermone del 1927 conduce l’ascoltatore in un viaggio in treno verso l’inferno lungo undici stazioni, ognuna con il nome di un vizio, come nell’Inferno della ‘Divina Commedia’ di Dante. Questi vizi universali sono presenti in ogni tempo: spesso ricorrono nell’immaginario popolare e nei discorsi dei politici populisti per caratterizzare gli immigrati. Nell’installazione il viaggio in treno verso l’inferno può essere interpretato come una metafora delle condizioni spesso pietose in cui viaggiano gli immigrati dei paesi extraeuropei per venire in Europa. Alla base dell’installazione di Cornelissen vi è una costruzione di legno scuro che funge da supporto a delle sculture di cartone e carta pesta, l’installazione sonora e undici magliette che sembrano rappresentare i passeggeri e che allo stesso tempo richiamano alla mente la nota foto di Mussolini giustiziato, il quale nel 1938 aveva introdotto in Italia le leggi razziali. Sulle magliette sono stampate delle foto che ricordano quelle delle nostalgiche guide turistiche dei paesi dei diversi gruppi di immigrati venuti a Napoli in cerca di fortuna. I numeri presenti sulle magliette, invece, rappresentano una ‘traduzione’ delle stazioni del sermone di Nix, secondo la numerologia che viene utilizzata anche nella ‘smorfia’ napoletana. Il napoletano infatti è un accanito giocatore del lotto, nel cui ambito la numerologia svolge un ruolo fondamentale: i sogni, ad esempio, vengono spesso interpretati ed associati ad una serie di numeri, su cui poi vengono giocati dei soldi. Il lotto offre al napoletano la continua possibilità di sperare nella fortuna e in un futuro migliore. Quello della fortuna è il leitmotiv di molti immigrati giunti a Napoli, come pure il sogno di un futuro migliore è qualcosa che accomuna tutti nel capoluogo partenopeo.

Il lavoro di Parisa Yousef Doust (Iran, 1973) racconta della mancanza di riferimenti storici e culturali all’interno di un contesto nuovo. La Doust indaga il significato della memoria, della lingua e degli oggetti nella creazione di nuovi legami e /o nel ricreare quelli perduti. I suoi film rappresentano le differenze che emergono dalla ricerca di punti di riferimento, sia ad un livello sociale che culturale. In ‘About A Girl Called Connection’ Yousef Doust lavora con l’attrice napoletana Velia: sulla base di elementi di fiction e documentaristici, Yousef  Doust crea un personaggio che è in cerca di un portafotografie napoletano per una foto di un bambino che riporta a galla molti ricordi. In un altro strato all’interno del film, attraverso una serie di riferimenti al terremoto del 1980 a Napoli e di rimandi ad icone culturali occidentali, questo nuovo personaggio prende gradualmente forma.

Nel lavoro video ’We need to have civil conscious and basta'  Katarina Zdjelar (Serbia, 1979) focalizza la sua attenzione su un gruppo di cittadini impegnati a Napoli che si raccolgono intorno all’idea condivisa di operare una svolta politica. Segue un incontro cruciale in cui questi decidono se diventare un partito politico. Piuttosto che svilupparsi intorno al punto di vista dei partecipanti, delle proposte concrete, delle intese e dei dissidi, il lavoro prende in esame il momento di transizione in cui un cittadino attivo diventa un politico.


 

Courtesy Andrea Rossetti

 

Maziar Afrassiabi (Iran 1973)
Maziar Afrassiabi si occupa di architettura, musica, suono e scienze sociali. E' interessato ai sintomi dello "spazio conteso" e all'acustica di potere, deviazione e disparità all'interno di un ambiente costruito in via di cambiamento e all'interno della comunità. Insieme ad altri ricercatori a a Rotterdam, a Londra e a Treignac Afrassiabi dirige AESD (agency for economy and space development) che svolge ricerca ed interventi nell'ambito dell'architettura.
http://www.aesd.nl

Mohammed Benzakour (Marocco, 1972)
Mohammed Benzakour è opinionista e scrittore, appassionato di caffé e di calcio. Nei suoi articoli descrive con umorismo e parole taglienti gli sviluppi sociali nella società olandese "multi-culturale".
http://www.benzakour.eu

Rossella Biscotti
(Italia, 1978)
Il lavoro di Rossella Biscotti si basa su aspetti quali tempo e memoria. Nel suo lavoro il sottile confine tra fiction e non-fiction crea spazio per una nuova versione di una storia o di un luogo: in esso non esiste un unico racconto di eventi.
http://www.rossellabiscotti.com

Libia Castro & Olafur Olafsson (Spagna & Islanda; collaborano da 1997)
Castro & Olafsson si interessano delle possibilità di una società multiculturale e multinazionale. Spaziando in infinite forme, le loro installazioni abitano i diversi contesti della società, arrivando, a volte perfino in stile simil-pubblicitario, a mostrare al publico i punti deboli della nostra società.
http://www.libia-olafur.com

Ronald Cornelissen
(Olanda, 1960)
Nei suoi disegni Ronald Cornelissen raffigura il rapporto tra l'individuo, lo spazio urbano e la società moderna. Tale rapporto viene rappresentato in modo astratto nelle sue installazioni fatte di cartone. Il fatto che il nostro spazio personale e privato diventa sempre più pubblico è un tema fisso nel suo lavoro.
http://www.ronaldcornelissen.com/rcblog

Ben Laloua/Didier Pascal (fondato nel 2001)
Il lavoro del grafico pubblicitario Ben Laloua/Didier Pascal è un insieme di vari elementi e stili che rispecchia, nella sua ricchezza e complessità a livello di forma e contenuto, la nostra società spesso caotica. Il suo lavoro tende a rapportarsi con lo spazio pubblico nella forma di bandiere, poster eccetera.
http://www.bendidier.nl

Wendelien van Oldenborgh (NL, 1962)
Wendelien van Oldenborgh si interessa dei vari aspetti di identità culturali nella società. I suoi lavori rientrano nel suo progetto "base" che s'intitola "A Certain Brazilianess" che prende spunto della "produttività della differenza" mettendo in discussione l'idea di identità e nazionalità statiche, perchè "le identità sono trasformazionali, scorrendo e spostandosi in un complesso flusso di crescente divenire".
http://www.acertainbrazilianness.net

Parisa Yousef Doust (Iran, 1973)
Nei suoi film e foto Parisa Yousef Doust mostra aspetti di culture diverse che si fondano in modo fluido in una nuova identità. Il ruolo di ricordi di migrazioni e le conseguenze tragiche quali alienazione, l'assenza di un senso di casa e rapporti familiari hanno un ruolo importante nel suo lavoro.
http://www.parisayousefdoust.com

Katarina Zdjelar (Serbia, 1979)
Katarina Zdjelar osserva in modo dettagliato sia cambiamenti della società attraverso le contaminazioni linguistiche che quelli del linguaggio parlato come effetto di trasformazioni a livello socio-culturale. L'oggetto non è la lingua in sè, ma lo strumento che Katarina Zdjelar usa nel suo lavoro e con cui indirettamente si rifà alla natura di costante trasformazione della lingua e della nostra società contemporanea.
http://katarinazdjelar.wordpress.com


Ultimo aggiornamento ore 20:20


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