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21.4.2010

Storia di un'aborto-dipendente

In Italia libro shock di Irene Vilar

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Irene Vilar è una donna bellissima. Quando passa per strada è raro che la gente non si volti a guardarla. Quando parla ha una dolcezza profonda. Difficile immaginare che questa 40enne portoricana, oggi mamma felice che stringe al petto le sue due figlie, abbia conosciuto lunghi anni di enormi sofferenze: 15 aborti tra i 17 e i 33 anni. Immolata sull'altare dell'amore per il suo professore di storia, Pedro Cuperman, un 50enne incapace di amare e che riteneva i figli come la fine del matrimonio ("i figli uccidono il desiderio" diceva), scelse di rinunciarvi per non perderlo.

E così, l'unica sua forma di ribellione fu di "dimenticare" di prendere la pillola anticoncezionale (simbolo dell'umiliazione culturale e familiare) e rimanere incinta. Ad ogni gravidanza lei si ribellava a lui. Ma per riuscire a rimanere aggrappata a quell'ancora di salvezza che vedeva in lui, s'imponeva di sbarazzarsi di quella stessa gravidanza. Si stabilì così un circolo vizioso: una vera e propria dipendenza. "Ogni volta che, puntuale, arrivava il ciclo, mi sentivo triste. Ogni volta che scoprivo di essere incinta ero presa dall'euforia e dalla disperazione".

Del resto la storia famigliare di Irene era destinata a segnarla ben da prima della sua nascita. Già il suo Paese, il Porto Rico, negli anni '60 e '70 venne utilizzato dagli Stati Uniti come laboratorio per la sperimentazione di nuove pillole abortive. Nel 1973, il 37 % delle donne portoricane in età riproduttiva - usate come cavie – era stato reso sterile in modo permanente. La nonna, Lolita Lébron, oggi 89enne, costretta a vendersi a 17 anni per pagare l'affitto fu un'icona patriottica: nel 1954 si gettò sulla scalinata del Campidoglio, sede del Congresso degli Stati Uniti, con una pistola e la bandiera del Partito nazionalista di Porto Rico nella borsa. Il che le valse 27 anni di carcere. La madre, Gladys Méndez, cresciuta con uno zio che abusava di lei, cercò di uscire dall'incubo col matrimonio a 15 anni. Ma rimase sempre una donna sottomessa. Divenne Valium-dipendente e, dopo diversi tentativi di suicidio, ci riuscì, gettandosi da un'auto in corsa con a bordo la figlia Irene, che aveva solo 8 anni. Per completare il quadro familiare: il padre della scrittrice era un alcolizzato e un incallito giocatore d'azzardo, due dei suoi tre fratelli erano tossicodipendenti e uno morì d'overdose.

"Scritto col mio sangue", ora pubblicato in italiano da Corbaccio, è il diario di un viaggio a lieto fine: la catarsi di una donna dalla violenza e dalla sottomissione, un viaggio conclusosi con un secondo matrimonio felice e due maternità finalmente volute.

Nell'intervista a Tgcom la scrittrice parla del suo libro e della sua vita. Leggi l'intevista nella pagina seguente.

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