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9/3/2005

I marines sui blog contro la Sgrena

I soldati accusano la giornalista

"Questa signora parla per scopi politici. Quanti di noi dovranno morire per i soldi pagati ai terroristi?", si firma Curt e la sua testimonianza è reperibile sul suo blog scritto dal fronte iracheno di Baghdad. Come lui sono tanti i marines che reagiscono alle critiche dopo quanto accaduto. Dopo i siti e i giornali un'altra voce, quella del soldato semplice, il "grunt" troppo spesso dimenticato che questa volta non vuole star zitto. 

La tesi del complotto viene bocciata come ridicola, le precauzioni dovute e le regole d'ingaggio un "sacrosanto dovere". Basta dare un'occhiata ai blog dei soldati per accorgersi del malumore e dell'insofferenza che serpeggia in questi giorni tra le file dei marines acquartierati a Baghdad e in gran parte dell'Iraq occupato.

La voce della stampa ufficiale non riesce a coprire queste voci, una protesta che la moderna tecnologia della comunicazione rende inarrestabile, come un fiume in piena dopo un alluvione. Scelgono il loro pseudonimo, uno si chiama Blackfive, l'altro Curt, poi Glider, OregonGuy o semplicemente American Soldier, e te li immagini sulla loro branda sfiancati dalla fatica a dare libero sfogo alla loro rabbia.

Dice Glider: "Ho letto l'intervista di questa donna...Francamente è un'idiota quando afferma che le abbiamo sparato apposta perché dovevamo sapere... Anche in condizioni migliori errori di comunicazione possono verificarsi. Ma anche se  i ragazzi al checkpoint avessero saputo, avrebbero voluto fermare quella macchina per controllare gli occupanti in ogni caso. Lei sostiene anche che il guidatore "non andava troppo veloce viste le circostanze", il che vuol dire che andava abbastanza veloce. Solo unidiota non avrebbe rallentato. Tragico errore".

Dice Joe: "Lei è una comunista. Non nasconde il fatto che è totalmente contro le azioni della coalizione in Iraq. Spera così di mettere in imbarazzo il governo italiano e fare pressione sull'opinione pubblica per arrivare a un ritiro delle truppe. Gli americani hanno fatto quello per cui sono addestrati a fare....Gli italiani hanno dato sei milioni di dollari che verranno utilizzati per uccidere altri soldati e altri iracheni. Le mani italiane grondano di sangue, e non solo le loro. Mi chiedo quante volte in passato questo sia successo quando altri ostaggi di altri paesi sono stati miracolosamente liberati".

Dice il sergente Stryker: "Se avessi visto quella macchina venire verso il mio posto di blocco, ignorando gli altolà, il mio primo ordine sarebbe stato  di puntare al guidatore. I nostri sapevano dove e quando la missione italiana sarebbe passata? Lo dubito. Più coordinamento avrebbe evitato questo pasticcio. I soldati al checkpoint hanno fatto quello che bisognava fare e anzi si sono comportati con eccessiva misura".

Dice American Soldier: "Non si tratta di dare la licenza di uccidere ai soldati. E' il contesto. Non ci sarebbero regole d'ingaggio se non ci fossero problemi. La gente usa le auto per uccidere i soldati. Avrei fatto la stessa cosa in uno scenario di quel tipo. I proiettili sono stati sparati verso il motore per fermare l'auto. Poi la traiettoria dei colpi ha preso anche altre direzioni. Ma i soldati non volevano uccidere nessuno".

Dice Joatmoaf: "Non penso che la Sgrena soffra della sindrome di Stoccolma. Penso fosse una spia, che ha messo in piedi l'intera faccenda per lanciare la sua carriera. Ma, a parte questo, che cosa accadrebbe se a un posto di blocco della polizia, dopo i segnali di altolà, un'auto invece di fermarsi accelerasse? I poliziotti sparerebbero?Certo, perché in Iraq le cose dovrebbero andare diversamente? C'è solo una risposta: politica".

Sono alcuni degli articoli e commenti che sono apparsi i questi giorni sui diari online personali tenuti dai soldati americani, molto di loro impiegati in azioni di pattugliamento come quella che tragicamente ha portato alla morte di Nicola Calipari. Sono commenti che faranno discutere, sono stati redatti "a caldo" senza il filtro della riflessione, ma che hanno il pregio di cogliere uno stato d'animo, quello dei protagonisti nel momento dell'azione, che spesso può solo essere intuito dai resoconti reperibili sulla stampa "ufficiale".