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La trattativa tra Atene e Bruxelles e i rischi di un'eventuale “Grexit”

L'Eurogruppo propone un'estensione del programma di salvataggio. Atene rifiuta e, oltre a chiedere un prestito-ponte e una ristrutturazione del debito, spera di ottenere più tempo per le riforme

- Quella della Grecia è una situazione delicata. Oltre a chiedere una ristrutturazione del debito, il governo di Alexis Tsipras, insediatosi solo da qualche settimana, domanda all'Unione europea altro tempo per attuare parte delle riforme previste dal memorandum sottoscritto in cambio dell'assistenza finanziaria internazionale. Da parte sua, Bruxelles pretende il rispetto degli accordi pattuiti. I due incontri tra i ministri delle Finanze della zona euro (l'ultimo dei quali ha avuto luogo lunedì 16 febbraio) non hanno fin qui prodotto risultati soddisfacenti.

La trattativa tra Atene e Bruxelles e i rischi di un'eventuale “Grexit”

Atene ha respinto, infatti, le indicazioni avanzate dall'Eurogruppo. Nel corso dell'ultimo vertice, i ministri dell'Economia della zona euro hanno proposto l'estensione del programma di assistenza finanziaria attuale, in scadenza il 28 febbraio prossimo. In cambio ed oltre ad assicurare surplus primari adeguati, il governo greco avrebbe dovuto concordare con i partner europei e internazionali le future riforme di politica fiscale, rinunciando alla propria autonomia anche per quanto riguarda eventuali privatizzazioni, riforme del mercato del lavoro, del settore finanziario e di quello pensionistico.

Diverse e distanti le richieste del governo greco che, oltre ad essere disposto a rinunciare all'ultima tranche di aiuti della troika (7,2 miliardi di euro), ha già abbandonato l'idea di chiedere l'annullamento di parte del debito e del memorandum (ovvero l'insieme di riforme da attuare in cambio dell'assistenza finanziaria internazionale): il nuovo esecutivo ellenico è disponibile ad attuare soltanto il 70% delle riforme richieste.

Oltre a proporre un prestito-ponte di qualche mese, Atene ha chiesto l'annullamento dell'attuale programma di assistenza finanziaria, l'emissione di nuovi titoli di Stato a sei mesi per circa 8 miliardi e uno “swap” del debito detenuto dalla Banca centrale europea e dall'Unione europea (ovvero la trasformazione dei prestiti con titoli con una scadenza più lunga e con rendimenti indicizzati all’andamento del Prodotto interno lordo: più l'economia greca cresce, più crescerebbero gli importi dovuti ai creditori).

Le parti sono separate da una distanza incolmabile, almeno per il momento. Un nuovo incontro, utile per provare quantomeno a ridurla, potrebbe svolgersi venerdì 20 febbraio. Tuttavia il tempo a disposizione di Atene è sempre meno: come già sottolineato, il 28 febbraio si concluderà il piano di assistenza finanziaria, la cui estensione potrà essere richiesta dalla Grecia entro e non oltre giovedì 19. Nel frattempo, alcune istituzioni (si veda il Fondo monetario internazionale) hanno già annunciato – qualora non ci fossero progressi sulle riforme – l'intenzione di bloccare i pagamenti.

Sono giorni estremamente delicati per la Grecia, la cui uscita dalla zona euro - seppure smentita da più parti (il nostro ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan l'ha definita fuori questione, ad esempio) - comporterebbe costi per i partner europei. In alcuni casi addirittura sottostimati. Secondo uno studio della Barclays, il nostro Paese avrebbe molto di più da perdere rispetto ai 30-40 miliardi ipotizzati fino ad oggi: 61,2 miliardi di euro (il 3,1% del Prodotto interno lordo).

L'Italia, osserva la Barclays, è esposta per 10 miliardi di prestiti bilaterali, per 27,2 miliardi tramite il fondo salva-Stati e per 4,8 come quota parte dell'operazione Securities Markets Programme del 2012, con cui la Banca centrale europea acquistò titoli di Stato. Ben 19,2 sono invece le passività derivanti dal Target 2, il sistema di compensazione dei pagamenti fra le banche nazionali coordinato dall'Eurotower.

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