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Crescita e deficit: cosa fare

- Sebbene la Commissione europea avesse richiesto in un primo momento un margine dello 0,7%, poi allo 0,5, la manovra “espansiva” del governo assicura, dopo trattative, lo 0,3% dallo 0,1 inizialmente proposto. Dunque il tetto del deficit/Pil al 3% è rispettato, e l'Ue ha acconsentito in considerazione dello stato di salute della nostra economia e per scongiurare il rischio deflazione.

La decisione di evitare il quarto anno di recessione, per dirla con le parole del ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, nella risposta a Bruxelles che chiedeva chiarimenti sulla legge di Stabilità, è maturata in virtù di un clima critico rispetto ai dettami europei (e alle politiche rigoriste di Berlino). Non dimentichiamo che poche settimane prima la Francia aveva annunciato che per il 2014 non avrebbe rispettato il parametro del 3%, raggiungendo un deficit al 4,4% del Pil. Parigi ritiene, infatti, che il deficit sarà ridotto più lentamente del previsto a causa delle circostanze economiche, ma è dovuta comunque ricorrere ad un taglio del deficit per evitare la bocciatura dell'Ue. Si tratta ad ogni modo di un nuovo criterio di valutazione, lo stesso che fece affermare a Matteo Renzi nell'intervista concessa alla CNN che “il limite del 3% è antiquato”.

In un contesto di “vacche magre” come quello attuale, rispettare appieno determinati vincoli – adottati di fatto all'inizio degli anni '90 e rinvigoriti dai recenti accordi, su tutti il fiscal compact che prevede, dal 2015, la diminuzione del debito pubblico di un ventesimo l'anno per chi, come l'Italia, supera il 60% del Pil – significa procedere con il freno a mano tirato. Il tetto del 3% al deficit/Pil era una misura studiata sul rapporto debito/Pil che andava mantenuto al 60%, ovvero la soglia media in Europa nei primi anni '90. Era un fatto di meri calcoli, trattandosi del saldo tra entrate e uscite pubbliche. Poiché la crescita nominale si attestava al 5% e l'inflazione al 2% i debiti, per non superare il 60% strutturale, potevano crescere al massimo del 3% l'anno. Il problema è che nel frattempo, complice la crisi, la crescita si è arrestata (in Italia l'economia è stagnante da molti anni) e in questo senso i leader (non tutti, si intende) rivendicano l'esigenza di sforare quel 3%, anche un minimo che fosse. A proprio rischio e perlicolo, peraltro: rientrare nei parametri è spesso impresa ardua.

Deve però essere chiaro che a interessare è la diminuzione non del debito pubblico in termini assoluti, ma del debito pubblico rispetto al Pil. Questo significa che un'economia stagnante correrà maggiormente il rischio di non rispettare l'impegno a differenza di una in costante crescita che può mantenere il debito su livelli stabili.

Una precisazione doverosa. La spesa pubblica rappresenta quanto le pubbliche amministrazioni spendono per l'acquisto di beni e servizi. E proprio a questo serve l'indicatore deficit/Pil: a misurare il passivo che le amministrazioni pubbliche accumulano rispetto al Prodotto interno lordo. Tuttavia, in una prospettiva di crescita, sarebbe sempre opportuno separare la componente “spesa” – genericamente detta – da quella “investimenti”. Nel primo caso è conveniente tagliare (sprechi, capitoli obsoleti), nel secondo si tratta piuttosto di un incentivo alla crescita. E per un paese in ritardo non oltrepassare la soglia di Maastricht può risultare talvolta una fatica improba. Soprattutto se, come nel nostro caso, è necessario finanziare riforme che servono come il pane.