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E se mi mettessi in proprio? Le mille facce del lavoro autonomo in Italia

Gli esperti dicono: "Comunicatevi in maniera corretta. Mostrate la vostra vera identità professionale e le competenze che vi rendono unici"

- L'approfondimento di oggi è dedicato agli autonomi, quasi sei milioni di italiani che hanno deciso di non avere un datore di lavoroLeggi anche gli altri articoli dello speciale dedicati agli errori di chi si propone per una posizione, alle potenzialità del web, al mondo della pubblica amministrazione, alla giungla degli stage, all'importanza di fare cv e colloquio perfetti  e ai contratti esistenti.

E se mi mettessi in proprio? Le mille facce del lavoro autonomo in Italia

La crisi non fa sconti e morde pure un settore, quello autonomo, considerato per decenni la valvola di sfogo dei disoccupati che non riuscivano a farsi assumere come dipendenti e optavano per l’auto-impiego. Come racconta l’ultimo rapporto Cnel sul mercato del lavoro, gli indipendenti hanno dovuto scontare l’assenza di ammortizzatori sociali e la contrazione dei consumi da parte dei potenziali clienti: i dati segnano una flessione del 6 per cento rispetto al 2007. A soffrire di più, in particolare, gli imprenditori che rispetto a cinque anni fa si sono estinti per il 23 per cento.

Ma chi sono i lavoratori indipendenti? - Dentro questa categoria c’è un’umanità assai eterogenea, ma in ogni caso consistente: un quarto di tutto il lavoro realizzato in Italia è, infatti, autonomo. In totale, 5 milioni e 685 mila persone divisi tra lavoratori in proprio, liberi professionisti, imprenditori, contratti a progetto (prestatori d’opera occasionale più collaboratori coordinati e continuativi), coaudivanti in imprese familiari, soci di cooperative.

Nell’ultimo anno il calo dell’occupazione indipendente è riconducibile in gran parte al calo del numero di lavoratori in proprio che operano senza dipendenti nel settore industriale. La contrazione dei consumi ha colpito i commercianti al dettaglio, gli artigiani e i microimpreditori, così come gli operatori dell’edilizia più piccoli.
Ma sono aumentati su base annua i liberi professionisti, soprattutto laureati e la cosa non deve stupire: le aziende esternalizzano sempre più attività e molti si mettono in proprio mentre continuano a cercare un contratto più stabile come dipendenti. Segno positivo pure per le collaborazioni coordinate e continuative (+ 3,6 per cento) e le prestazioni d’opera occasionale.

I lavoratori autonomi sono tanti ma non per questo sono del tutto tutelati. Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli affrontano i problemi di indipendenti e precari nel volume “Il quinto stato” (Ponte alle Grazie).

A Tgcom24 Ciccarelli spiega che questa nuova condizione è propria “di quasi otto milioni di italiani che svolgono un lavoro autonomo, precario, sotto-pagato, in nero, un’attività dell’economia informale che sta emergendo con forza nella crisi. Il Quinto Stato è anche una posizione extraterritoriale all’interno di un Paese, poiché include i migranti e coloro che sono nati in Italia o in Europa da genitori che non hanno la cittadinanza italiana, la cosiddetta ‘seconda generazione’. Queste persone lavorano, in maggioranza, come gli italiani, sono cioè lavoratori indipendenti: piccoli imprenditori, precari, lavoratori informali, titolari di partite Iva. Non è riconosciuta loro la cittadinanza, e quindi sono doppiamente penalizzati”.

Solo nella pubblica amministrazione sono 3 milioni e mezzo i precari ai quali si aggiungono 2 milioni di lavoratori iscritti alla gestione separata dell’Inps e altri 2 milioni di liberi professionisti. Nel complesso la categoria tratteggiata da Ciccarelli e Allegri non si vede riconosciuti una serie di diritti fondamentali. In particolare il diritto alla salute, agli infortuni, alla pensione equa, a un reddito e a un salario minimo.

Ma secondo la tesi esposta nel volume, per quanto penalizzati da un punto di vista dei diritti e del riconoscimento sociale, i componenti del Quinto Stato possono essere considerati i lavoratori del futuro. Concludono Ciccarelli e Allegri: “Siamo convinti che nel Quinto Stato siano presenti altri principi costitutivi, ispirati all’autorganizzazione e a una tradizione storica spesso soffocata nella Terza Italia: il municipalismo civico e repubblicano, dell’associazionismo e del mutualismo. Entrambi questi elementi stanno riemergendo come alternativa alla crisi della politica rappresentativa come di quella ‘dal basso’ dei movimenti”.

Come muoversi nel mercato da lavoratori autonomi? Lo spiega Lorenzo Cavalieri, autore del libro “Mi vendo (bene) ma non sono in vendita” (Edizioni Vallardi): “Nel mercato di oggi siamo tutti dipendenti e siamo tutti autonomi: anche chi è assunto da un datore di lavoro deve adottare logiche da autonomo. Intanto identificando la propria unicità e ciò che sa fare veramente bene, e poi guardando ciò i clienti gli riconoscono. Molti si mettono ‘in vendita’ proponendo il proprio titolo di studio e la propria esperienza. Senza però fare un’analisi di mercato. Ci sono settori sovraffollati e ipercompetitivi dove se non si mette in mostra una specificità, un valore aggiunto, non si va da nessuna parte. La domanda da porsi è: cosa so fare in maniera speciale?”

Dobbiamo trovare “il cuore della nostra identità professionale. Basta individuare l’intersezione di tre insiemi: l’insieme delle cose che ci piace fare, l’insieme delle cose che sappiamo fare, l’insieme delle cose che ci possono offrire la soddisfazione economica che desideriamo. Il mercato del lavoro contemporaneo, con le sue frammentazioni e le sue incertezze, produce milioni di persone incapaci di attribuirsi una identità professionale, incapaci di scrivere qualcosa di sensato e comprensibile alla voce “professione”. Per tutti costoro l’esercizio dell’intersezione può essere molto utile. Basta stilare tre liste. Se almeno un elemento appartiene a tutti e tre i cechi siamo a posto. Abbiamo un’identità da mettere in vetrina.”

Quali strumenti mi rendono visibile al pubblico dei clienti? Spiega ancora Cavalieri: “Innanzitutto il sito web che, però, non è più un elemento differenziante. Il libero professionista non può avere un sito-vetrina anonimo, per distinguersi, per esempio, può regalare dei consigli, interagire con i clienti, magari con un blog. Offline poi deve identificare luoghi ed eventi, gli ambienti dove vanno i possibili clienti: associazioni professionali, fiere eccetera. Alcuni professionisti hanno bisogno anche dello studio che deve essere coerente con il target scelto: se lavori nel mondo dell’innovazione puoi stare in uno spazio di co-working con altri giovani, ma se sei avvocato con target tradizionale devi restare in centro. Infine il biglietto da visita: deve essere semplice ma curato, deve comunicare quelle due tre cose che so fare in modo unico”.

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