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Azimuth e Azimut, due esperimenti culturali degli anni '50 in mostra a Venezia

Al Guggenheim un'esposizione dedicata alla breve storia della rivista e della galleria milanesi, durate appena undici mesi dal settembre 1959 al luglio 1960

- Un piccolo calembour e il gioco è fatto: “Azimuth” è il nome della rivista, mentre Azimut (senza acca finale) è lo spazio espositivo, un seminterrato tra via Clerici e via dei Bossi nella Milano di fine anni cinquanta. Due esperienze tanto straordinarie quanto fulminee, undici mesi in tutto, tra il settembre del 1959 (con l’uscita del primo numero della rivista) e il luglio del 1960 (con la chiusura della Galleria, preceduta di pochi mesi dal secondo e ultimo numero del periodico).

    Tuttavia, non è la loro breve estensione temporale che le rende interessanti e anomale nel contesto artistico di quel tempo, quanto la loro dirompente e travolgente portata sperimentale, il loro radicale e incisivo elemento dissacratorio e agitatore generatosi dalle ceneri dello Spazialismo di Fontana (ufficialmente conclusosi con il manifesto redatto per la Biennale veneziana del 1958) e dalla trasgressiva irruenza materica del Movimento Nucleare.

    Nonostante il sisma creativo, Azimut/h non rompe con il passato, al contrario, raccoglie l’eredità di quanto era appena accaduto e, in una sorta di legittima Continuità, lo traghetta verso il nuovo congiungendosi finalmente e concretamente con lo scenario artistico internazionale. Tant’è che Azimut/h fu uno dei grandi catalizzatori della cultura visiva e concettuale italiana ed europea dell’epoca, oltre che ponte ideale tra una nuova generazione rivoluzionaria, ironica e cruciale, e la più stretta contemporaneità.

    Non un movimento, dunque, ma due realtà (una teorica e l’altra espositiva) con la stessa anima e i medesimi promotori: Piero Manzoni e Enrico Castellani. A loro è dedicata la mostra curata da Luca Massimo Barbero al Guggenheim di Venezia (fino al 19 gennaio 2015), che ricostruisce filologicamente la storia e il ruolo fondante che questo fenomeno ebbe nel panorama artistico di quegli anni, con particolare attenzione alle nuove generazioni europee e a quelle del nascente Neo-Dada americano, che la rivista milanese promosse con largo anticipo rispetto alla critica.

    In mostra trovano infatti spazio anche le opere degli artisti che ruotarono intorno alla galassia Azimut/h, da Lucio Fontana ad Alberto Burri, da Dadamaino a Gianni Colombo a Bonalumi, da Jasper Johns a Robert Rauschenberg, Yves Klein, Jean Tinguely, Heinz Mack, Otto Piene e Günther Uecker e altri. Un affondo è invece dedicato al tema dell’oggetto-contenitore, a partire da lavori emblematici, divenuti autentiche icone della contemporaneità, come le Linee e la Merda d’artista di Manzoni, in dialogo con analoghe creazioni di Johns e Rotella.

    Furono proprio le Linee di Manzoni ad inaugurare, nel dicembre del 1959, l’attività espositiva della Galleria Azimut. Presentate da un testo di Vincenzo Agnetti, che le definiva “zone d’incontro”, queste chilometriche presenze (la più lunga nel 1960 avrebbe superato i sette chilometri) sono quanto di più radicale si possa immaginare: un ininterrotto segno è vergato su stretti rotoli di carta e chiuso, come un antico papiro, in “tubi postali” per essere idealmente consegnato al futuro. Non più un alfabeto, ma un unico tratto a sintetizzare e racchiudere l’energia, la storia e le speranze di un’intera generazione.

    Lorella Giudici

    AZIMUT/H. Continuità e nuovo
    Peggy Guggenheim Collection
    Dorsoduro, 701-704
    30123 Venezia
    Tel. 041 240 5411

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