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24.7.2012

Morì per la Pausini, lo sfogo dei genitori: "La vita di nostro figlio vale più di 2mila euro"

"Non vogliamo soldi - denunciano a TgCom24 -, vogliamo la verità". Nella pratica dell'Inail, che accompagna il denaro nessun accenno alla morte di Matteo Armellini, e la dicitura: infortunio

16:38 - "1.936,80 euro per la vita di mio figlio": è il grido di sfogo di Paola Armellini, la mamma del giovane operaio morto il 5 marzo durante l'allestimento del palco per il concerto di Laura Pausini. "Ma noi vogliamo la verità, e non una misera offerta": la signora ha infatti raccontato a TgCom24 che nelle lettera di accompagnamento del rimborso non c'è alcun accenno alla morte del figlio, solo: "Pratica di infortunio o malattia professionale".
"Vorrei una spiegazione, non tanto per i 1.936,80 euro, ma perché mio figlio è morto sotto un palco e nell'oggetto del pagamento c'è scritto 'risarcimento per infortunio e malattia professionale'. È un problema di rispetto, di dignità, Matteo non aveva ancora cominciato a lavorare, gli è caduta in testa tutta la struttura. Non voglio, non ci sto che la morte di mio figlio venga liquidata così. Faccio affidamento alla giustizia ma sappiamo che un processo così può andare avanti moltissimi anni. Io, da quel 5 marzo, non ho saputo più niente": ha proseguito Paola Armellini a TgCom24.

"Bisogna rivedere il modo in cui viene gestito il lavoro dei ragazzi che collaborano all'allestimento dei palchi, non hanno alcuna copertura assicurativa. Ai miei tempi, un sindacato non avrebbe mai permesso una cosa del genere. Vorrei che il nome di mio figlio venga ricordato e che finisca questo che io chiamo mercato del lavoro, chiedo ai sindacati e alle forze sociali di intervenire. Sono ragazzi che cercano di guadagnare dei soldi anche per aiutare le famiglie, ma devono essere tutelati", ha poi detto.

La signora Armellini dopo mesi di silenzio ha deciso di fare da sé, iniziando a recuperare tutte le carte del lavoro del figlio, per vederci chiaro. Indagando sulla sua vita professionale, la mamma di Matteo, ha così scoperto un mondo di lavoratori "sommersi" che non hanno alcuna garanzia, né orari o paghe regolari, né tantomeno contributi: non avendo un contratto collettivo nazionale o un sindacato.

A "reggere il gioco" sono le cooperative, che non assumono, ma lavorano a partita Iva. Matteo quindi era inquadrato nella categoria dei freelance ma lavorava come un operaio normale, con turni di lavoro massacranti di 16 ore. E pensare, aveva affermato la signora Armellini, che proprio "i cantanti raccontano la vita della gente comune" e invece alla fine "non sanno neanche tutto ciò che ruota dietro lo showbiz live". "L'unica certezza fino ad adesso è che la vita di mio figlio non vale neanche duemila euro", ha concluso amareggiata.
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