10/12/2009

Per le vie di Fes e Marrakech

Le città imperiali del Marocco

Vista da fuori, la medina di Marrakech colpisce subito per il colore rosa dell’argilla delle mura e dei palazzi, tutti rigorosamente senza finestre, perché non è bene che la donna guardi all’esterno.
Marrakech è Africa: non esiste nessuna città imperiale più africana. È africana la sua posizione in mezzo al nulla, i suoi tetti piatti, le mura, il sole che punta a mezzogiorno, cancellando ogni possibilità di ombra; è africana la sua piazza, Jemaa el-Fna, il punto di riferimento di tutta la comunità cittadina e dei dintorni. È incredibile come a qualsiasi ora del giorno si osservi, questa piazza sembri un crocevia posto in mezzo al nulla tanto tempo fa, per dare asilo ai mercanti e ai viandanti: qui avvenivano le contrattazioni, gli scambi delle merci; qui gli ambulanti e gli avventori facevano (e fanno) di tutto per guadagnarsi il loro pezzo di pane, ed è sempre in questa piazza che gli incantatori di serpenti oggi, come tanto tempo fa, incantano i viaggiatori col suono del flauto. L’indolenza che la fa sonnecchiare un poco al mattino lascia il posto all’affaccendarsi pomeridiano dei venditori e dei ristoratori che apparecchiano l’intera piazza per la sera. E sì, perché dalle 19 in poi circa, Jemaa el-Fna diventa un unico grande “ristorante all’aperto”. Funziona così: grandi tavolacci in legno, padiglioni ed espositori con carni e verdure grigliate prendono posto al centro di questo spazio enorme, ogni tendone ha il proprio numero; camerieri ospitali e dal sorriso smagliante sfoderano le quattro lingue di rito – spagnolo, tedesco, francese e italiano –, sciorinando nelle quattro versioni il menu del giorno e cercando di accaparrarsi cospicue mance. Il profumo della brace sale fino alle terrazze che affacciano sulla piazza, e i turisti che si sono attardati in cima per ammirare i colori di Jemaa el-Fna al tramonto, scendono di sotto e prendono posto ai tavoli. Per dessert, una ricca spremuta d’arancia da acquistare presso i carri colorati che sostano nella piazza. Quando scende il buio, un’altra magia si compie in Jemaa el-Fna: ecco disposti in cerchio, uomini accalcati e rapiti dalle parole di un cantastorie berbero che, al centro e con pochissimi strumenti, improvvisa storie commoventi di eroi e battaglie, illuminato da una sola lampada a olio. Un prodigio tutto marocchino, dato che i turisti non comprendono la lingua: eppure ci sono viaggiatori che giurano di aver compreso il senso della storia dal tono di voce e dalla gestualità dell’attore. Pare che fino a che non abbia raggiunto una somma decorosa, il cantastorie tenga gli ospiti col fiato sospeso per raccontarne la fine.
La piazza è il punto di riferimento principale non solo degli abitanti della città, ma anche dei turisti, visto che è facile perdersi nelle viuzze laterali che molto spesso non hanno un nome e alcun riferimento.
Entrare da una delle porte della città imperiale di Marrakech equivale, infatti, a smarrirsi subito nei meandri di uno dei suq più grandi al mondo: asinelli appesantiti da sporte, motorini che sfrecciano alla velocità della luce, rimanendo miracolosamente in piedi nonostante la folla traballante, oggetti accatastati lungo le vie, venditori urlanti, mendicanti, fontane arabescate e porte dorate di moschee e mederse.
Altro luogo di riferimento fondamentale è la moschea cittadina, la Koutubia (o moschea dei librai) il cui minareto domina dall’alto dei suoi 69 metri su tutta la città imperiale. Se vi perdete, non resta che andare nella sua direzione. Sorge nei pressi di Bab el-Jedid e prende il nome dal suq che una volta si trovava nelle sue vicinanze, il suq dei librai, appunto. Si tratta di uno dei migliori esempi di stile ispano-moresco eretto durante l’epoca della dominazione almohade.
Vagolando a nord dei suq,  invece, si trova la Moschea di Ben Youssef, originaria dei primi del XII secolo. Attigua è la Medersa di Ben Youssef: aperta al pubblico, è una scuola coranica tra le più grandi e belle della città, destinata in passato a ben oltre mille studenti. Sorprende l’interno perfettamente conservato, con i patii rivestiti in legno sui quali affacciano le cellette dove dormivano e pregavano gli aspiranti imam.
Spingendosi a sud di Jemaa El-Fna, invece, si arriva al Mellah (un tempo il ghetto ebraico).
Vi si accede entrando da Bab Agnaou, una delle porte più antiche della medina che dà accesso alla kasbah, il presidio fortificato sede dei sultani, oggi pieno di vita e di botteghe.
Non sorprende che dopo tanto peregrinare al caldo e in mezzo alla confusione, si abbia bisogno di quiete e relax: non c’è niente di meglio, allora, che scegliere come alloggio uno dei numerosi riad della città. Tipiche case marocchine ristrutturate, con patio centrale ornato da una fontana e circondato da piante lussureggianti, queste strutture costituiscono una splendida alternativa all’albergo. L’accoglienza è magica: chiusa la porta, si entra in un mondo di pace, il profumo del tè alla menta invade l’aria, il sole filtra appena dall’alto regalando così una tregua all’afa, divani e poltroncine in stile marocchino invitano a un dolce momento di relax. La sera, fanno la loro comparsa lampade a olio o candele e attardarsi sul patio prima del sonno è davvero magico. Accoglienza impeccabile si ha nel Riad Alida [7, Rue Dar El Bacha - Sidi Ali Tair, En face du Restaurant Dar Marjana - Médina - Marrakech - Tel. Gérant : 00212 6 61 64 63 93], di proprietà francese con amabile personale marocchino. Le camere, affacciate al piano terra e al piano superiore, sono tutte in stile. La colazione viene servita nel patio ed è a base di datteri, tè e dolci marocchini. Si fa colazione sul tetto invece nel Riad Louna [21,Derb Serraj ,Talaa Sghira, Bab Boujloud, Fes Medina, 30200 Marrakech – Tel.  00212 535 74 19 85]: ubicato anch’esso a pochi minuti a piedi da una delle porte principali della medina, si trova a Fes, l’altra splendida città imperiale del Marocco. Stupisce subito la grandezza della struttura: anche questa, scarna all’esterno (una piccola porticina in una strada angusta e senza uscita), immette in un mondo fatto di pareti maiolicate, due grandi patii, fontane e alberi, che lasciano senza fiato. Ad accogliere gli ospiti il solito proprietario sorridente con un vassoio per due di tè alla menta e pasticcini marocchini. “Vacanza” in Marocco è anche questo: lasciarsi sedurre dalle tradizioni locali e afferrare ogni dettaglio della vita e delle usanze del posto. Ancora oggi il profumo del sapone di bucato si insinua tra le note aromatizzate alla menta. Dalla cucina, invece, l’odore della tajina di agnello con mandorle e prugne che, su richiesta, viene preparata per cena agli ospiti del riad.
Il suq di Fes forse, quanto a grandezza, è ancora più sconcertante di quello di Marrakech: si entra nel cuore della medina (Fes el-Bali) dalla porta occidentale Bab Boujeloud ed è subito il caos. Una piccola “anticamera” di quella che sarà la città è data da una piazzetta accogliente e brulicante di gente. A sud si aprono le vie dei suq: quella dei macellai, del cuoio, dell’argento, dei tappeti… un vero e proprio paradiso di artigianato locale. Ovviamente la merce esposta non ha prezzo. Il prezzo lo fa l’abilità della contrattazione tra cliente e commerciante: si dice che il prezzo più giusto è quello che vede un sorriso sulle facce di entrambi.
Allora perché, acquistando una borsa di pelle nella bottega della corporazione dei conciatori locali (quella che si trova subito sotto le concerie di Fes), si ha l’impressione che il sorriso ce l’abbiano stampato in faccia solo i venditori, e un po’ meno gli acquirenti? Si sa, qualsiasi offerta facciate, sono loro a guadagnarci, ma va bene così. Del resto dopo aver visitato i laboratori di concerie, cortili interni bucati nel terreno da pozze di acqua colorata (che serve per tingere le pelli immerse), non si può fare a meno di costatare quanto poco “umano” sia lavorare lì e in quelle condizioni. Ci sono residui di pelle e lana animale ovunque (praticamente si cammina sopra di essi), odori fortissimi, e i conciatori lavorano sotto il sole, immergendo a mani nude pesanti lotti di pelle trattata.
Lasciate le concerie, si procede lungo le vie dei suq, ogni tanto una targa ricorda le direzioni verso le principali porte della città.
Anche a Fes si trovano alcune belle mederse: la Bou Inania (fine del XIV secolo) presenta stucchi, iscrizioni e motivi floreali ed è sovrastata da una cupola decorata con legno di cedro.
Ma forse la scuola coranica più interessante è la Medersa el-Attarin, a cui si accede attraverso un portone con battenti in bronzo cesellato: molto belli sono la vasca per abluzioni in marmo bianco, il cortile con le colonne in alabastro e una sala di preghiera illuminata da vetrate colorate con un grande lampadario in bronzo.
Attigua è la grande Moschea el-Qaraouiyyin: interdetta ai non musulmani, scandisce a più riprese nell’aria quella cantilena melodica tipica dell’Islam, che diventa un po’ la colonna sonora del viaggio.

U. Lacatena

Info: www.visitmorocco.com
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