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15/12/2009

Giorgione, una summa di capolavori

Castelfranco Veneto per i 500 anni

A 500 anni dalla sua morte un grande evento celebra il genio e la grandezza di un artista che ha dato vita ad opere simbolo del Rinascimento italiano. Castelfranco Veneto mette in cantiere, insieme alla Provincia di Treviso grazie allo straordinario impegno della Regione del Veneto, con la collaborazione della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici per le Province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso. Un progetto ambizioso e articolato; l’organizzazione generale è di Villaggio Globale International.

... Io veggo Giorgione imminente su la piaga meavigliosa,

pur senza ravvisare la sua persona mortale, lo cerco nel mistero

della nube ignea che lo circonfonde. Egli appare piuttosto come

un mito che come un uomo.

Nessun destino di poeta è comparabile al suo, in terra.

Tutto, o quasi, di lui s'ignora; e taluno giunge a negare la sua

esistenza. Il suo nome non è scritto in alcuna opera; e taluno

non gli riconosce alcuna opera certa. Pure, tutta l'arte veneziana

sembra infiammata dalla sua rivelazione...

Gabriele D'Annunzio, Il fuoco, 1898

 

Le celebrazioni del Cinquecentenario hanno quale momento apicale la straordinaria esposizione curata da tre grandi studiosi del Maestro: Antonio Paolucci, Lionello Puppi ed Enrico Maria dal Pozzolo.

Nella città natale di Giorgione, per celebrarne il genio, la grandezza e il fascino, si riuniscono - per la prima volta - i capolavori del geniale maestro insieme a quelli dei grandi artisti con cui si rapportò durante la sua breve esistenza: da Giovanni Bellini a Lorenzo Costa, da Cima da Conegliano a Perugino, da Sebastiano del Piombo a Palma il Vecchio, fino a Raffaello e Tiziano.

I maggiori musei nazionali e internazionali contribuiranno a rendere omaggio al grande maestro di Castelfranco Veneto: da The State Hermitage Museum di San Pietroburgo agli Uffizi di Firenze, dall’ Ashmolean Museum di Oxford alla National Gallery di Londra e molti altri.

Si tratta di un’occasione unica per il visitatore che potrà avvicinarsi all’enigma, al mistero, al mito che aleggia intorno all’artista proprio nelle terre che lo hanno cresciuto e ispirato. Sarà possibile confrontare i paesaggi con la realtò che lo ha visto interprete.

Un territorio da scoprire in tutta la sua ricchezza grazie ai percorsi incrociati nella Marca Trevigiana: da un lato un itinerario strettamente collegato al maestro, dall’altro un percorso tematico sulla pittura da tavola tra Quattro e Cinquecento nel trevigiano.

Un grande sforzo compiuto dal Comune di Castelfranco e una grande scommessa progettuale, riuscita anche grazie alle garanzie assicurative fornite dal Ministero dei Beni Culturali che hanno permesso senza costi di "convincere" i presti museali. La città si è prodigata nel progetto e ha messo a disposizione ben 400 volontari a titolo gratuito per i servizi di controllo ed accompagnamento. «Non abbiamo nemmeno dovuto chiedere, ha affermato il sindaco Maria Gomierato. Abbiamo solo lanciato un messaggio. L' impegno delle aziende rappresenta un segno fortissimo che testimonia l’animo di questo territorio. Quando abbiamo iniziato ad immaginare questo evento siamo stati fortunati ed abbiamo trovato le persone giuste. La Regione ci ha creduto. Solo con dei curatori così, che sono delle miniere di conoscenza, si poteva ottenere questo risultato».
Per l'occasione aperta, restaurata Casa Marta-Pellizzarila detta di Giorgione, trasformata giustamente in Museo, il primo dedicato al pittore ed apre le celebrazioni per il V centenario della sua scomparsa, accompagnato da interventi di riqualificazione urbana, collegati al sistema delle mura medievali, per una valorizzazione complessiva delle risorse storiche e artistiche della città.
Il costo della mostra: due milioni di euro di cui circa 500 per l'allestimento, guidato dai progettisti dello studio museologico e museografico, Danila Dal Pos e Giorgio Pia, ed è il frutto di un lavoro intenso, durato oltre quattro anni, che invita a vivere lo spazio museale in modo attivo, respirando l’atmosfera del tempo.Strumenti multimediali incrociano opere del Rinascimento, in parte provenienti dalla collezione civica ma anche acquisite sul mercato antiquario internazionale. Il patrimonio comprende oltre cento oggetti che, accanto alle ricostruzioni architettoniche e d’ambiente, immergono nelle atmosfere del tardo Quattrocento e spingono, contemporaneamente, ad indagare la potenza enigmatica di Zorzi da Castelfranco, l’influenza del territorio in cui è vissuto, i messaggi della sua pittura rivoluzionaria.

Nella casa abbiamo voluto si potesse entrare non solo come visitatori di oggetti semplicemente esposti – dichiara il Sindaco Maria Gomierato – ma come ospiti di un luogo in cui rivivere l’epoca di Giorgione, valorizzando un patrimonio civico legato al pittore e alla Marca Trevigiana che ancora oggi sono risorsa straordinaria, in particolare per la qualificazione culturale e lo sviluppo del turismo. Ed è anche a questi flussi che la Città si rivolge, certa di aver portato il proprio contributo di impegno e di fiducia, in un momento delicato per l’economia del paese, nel quale è essenziale esprimere ogni energia positiva e puntare su risorse uniche e irripetibili, come Giorgione”.

Un appassionato viaggio alla scoperta del più enigmatico e misterioso artista del Rinascimento. Una mostra che riunisce nella città natale, Castelfranco Veneto, un nucleo incredibile di capolavori del maestro. Per capire la vita e la produzione di Giorgio da Castelfranco, detto Zorzon, toscanizzato da Vasari quale "Giorgione".
Tante le pagine scrtte, tante le polemiche. Eppure il Maestro di Castelfranco, cui vengono attribuiti alcuni dei più noti capolavori del Rinascimento italiano, sfugge ad ogni tentativo di delineare una biografia certa, un catalogo delle opere definito, un’interpretazione unanime del significato di talune sue realizzazioni.
Tanto la sua vita e la sua presenza risultano tuttavia fugaci – muore a poco più di trent’anni e la sua produzione viene circoscritta al massimo a tre soli lustri – altrettanto pregnante e rivoluzionaria appare la sua opera, capace di influenzare, con la potenza lirica della sua arte, l’uso del colore, e quel nuovo equilibrio tra uomo e natura, stuoli di artisti di diverse generazioni, lasciando un segno indelebile e imprescindibile per gli sviluppi della storia artistica seguente.

Il “fenomeno” Giorgione è dunque una realtà. I 500 anni dalla morte di Zorzi da Castelfranco detto Giorgione (Castelfranco Veneto 1477/78 – Venezia 1510), secondo le ricostruzioni più accreditate, ricorrono nel 2010 e Castelfranco Veneto, città che oltre ad aver dato i natali al grande artista conserva uno dei suoi più importanti capolavori (la famosa Pala di Castelfranco) e uno dei pochissimi affreschi attribuiti al maestro (Il Fregio delle Arti Liberali e Meccaniche), promuove insieme alla Regione del Veneto – che ha anche istituito un apposito Comitato Regionale per il V centenario dalla morte di Giorgione – un’esposizione di alto respiro, la cui recente inaugurazione negli ambienti di Casa Barbarella ha dato il via alle celebrazioni giorgionesche.

Una mostra che è una sfida dal punto di vista scientifico ed organizzativo, promossa con il sostegno fondamentale di Fondazione Monte dei Paschi di Siena e di Fondazione Antonveneta, la collaborazione della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici per le Province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso, della Provincia di Treviso, Parrocchia del Duomo di Castelfranco Veneto, Diocesi di Treviso, e con il contributo di Banca Antonveneta, curata da Lionello Puppi (presidente del Comitato Regionale per il V centenario), Antonio Paolucci (Direttore dei Musei Vaticani) e Enrico Maria dal Pozzolo (Università degli Studi di Verona) e co-prodotta dal Comune di Castelfranco Veneto e Villaggio Globale International; che non mira a dare risposte definitive o soluzioni (nonostante le ricerche d’archivio condotte e le indagini riflettografiche e diagnostiche promosse su molti dipinti) ma a suggerire, evocare, meravigliare, lasciando che le opere straordinarie, convocate nel piccolo borgo veneto, i documenti, le tesimonianze, diano vita ad un racconto straordinario.
I maggiori musei internazionali – dall’ Ermitage di San Pietroburgo agli Uffi zi e Palazzo Pitti a Firenze, dalla National Gallery di Londra alla Galleria Borghese e Palazzo Venezia a Roma, dal Kunsthistorisches di Vienna alla National Gallery di Edimburgo, dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia al Louvre di Parigi fino alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano, al Museo di Capodimonte a Napoli a Castel Howard nello Yorkshire – hanno accettato e contribuito alla sfida.

Proprio sul “fenomeno” Giorgione dunque – fatto di capolavori del maestro ( dalla “Tempesta”, alle “Tre età” di Palazzo Pitti dal “Tramonto” alla “Madonna con Bambino” dell’Ermitage) ma anche di densissimi incroci artistici e culturali che concorrono a suggerire significati, chiavi di lettura, ruolo e peso storico dell’arte giorgionesca o, ancora, a fornire spunti per un’evanescente biografi a e per una rilettura del mito – s’incentra questa epocale mostra che propone, come mai prima d’ora, una radiografi a attenta e dettagliata anche dell’ambiente e del contesto, culturale e spirituale, del grande pittore tra la fine del Quattrocento e il primo decennio del Cinquecento, suggerendo un “sistema” attorno al geniale artista e da lui stesso alimentato.
In mostra dunque – accanto ai numerosi dipinti di Giorgione eccezionalmente concessi – troveranno posto, in una straordinaria sinfonia che riporta al fecondo ambiente veneziano del tempo, opere importanti di Giovanni Bellini, Vincenzo Catena (alla cui bottega pare essersi formato) Albrecht Du¨rer, Sebastiano del Piombo, Tiziano, Lorenzo Costa, il Perugino, Cima da Conegliano, Palma il Vecchio, Boccaccio Boccacino, Garofalo, ma anche i volumi dei suoi biografi – da Castiglioni, Pino, Vasari, Dolce – e quelli di letterati, musici, intellettuali – da Petrarca a Bembo - che contribuirono a creare il milieu culturale del quale potrebbe essersi alimentato; e ancora i bronzi dei Lombardo, del Riccio e di Severo da Ravenna, le incisioni di Teniers e di Zanetti, anche a ricordare i perduti Giorgione e in particolare gli affreschi del Fondaco ove Zorzi lavorò accanto a Tiziano.

Innanzitutto, però, l’arte di Giorgione – “limpido specchio del rinascimento alla sua altezza suprema”, secondo Berenson – proposta in mostra attraverso alcuni nuclei fondamentali.
Il focus dedicato alle primissime prove dell’artista, mai così completo, affianca in mostra - nella sala di Casa Barbarella ove è conservato l’enigmatico Fregio delle Arti Liberali – lo spiazzante “Saturno in esilio”, forse il primo Zorzi giunto sino a noi prestato dalla National Gallery di Londra alle due opere delle Gallerie degli Uffizi con cui di solito si fa aprire il catalogo del Maestro, “La
Prova di Mosè
” e il “Giudizio di Salomone”: dipinti senza paragoni nel contesto dell’epoca, che mostrano l’assoluta libertà della pittura dell’artista nell’impianto compositivo e nella scelta dei soggetti; assieme a questi la “Madonna con il Bambino” dell’Ermitage – ascrivibile anch’essa alla prima fase della carriere dell’artista – che indica il ricorso a materiale grafi co dell’area nordica e i due
dipinti dei Civici Musei di Padova, la “Leda e il cigno” e l’“Idillio campestre”, in stretto rapporto con le due tavole degli Uffizi. In questa fase si imposta verosimilmente il rapporto – che proseguirà nel tempo – tra Zorzi e il padovano Giulio Campagnola, di cui la mostra presenta numerose incisioni, che rimandano all’ambiente culturale più colto di quegli anni, compreso il famoso “Astrologo
dall’ Albertina di Vienna chiamato a dialogare con le suggestioni e i rimandi dell’iconografia del Fregio affrescato.

Zorzi aveva una buona nomea nel campo dei ritratti. “Fece Giorgione molti altri ritratti, che sono sparsi in molti luoghi per l’Italia, bellissimi”, scriveva Vasari nel 1568.
È notevole il nucleo d’opere in mostra che testimoniano come Giorgione abbia introdotto prepotentemente nell’arte lagunare – grazie anche al mai provato ma indubitabile contatto con Leonardo – un nuovo gusto nella concezione ritrattistica: non solo nella scelta del fondale scuro o dell’evidenziazione degli oggetti dal forte carattere simbolico ed emblematico ma anche, e soprattutto nella resa psicologica.
A partire dunque dalla “Tre età dell’uomo” della Galleria Palatina di Palazzo Pitti, probabile lezione di musica, forse metafora dell’armonia universale, si potranno ammirare in mostra opere chiave, come “L’Alabardiere con un’altra figura” del Kunsthistorisches di Vienna, probabilmente riconducibile all’opera segnalata da Michiel come Zorzi in casa di Gianantonio Venier – che riprende nel volto
grottesco dello strambo personaggio di destra un’invenzione leonardesca – per continuare con il quadro prestato dalla National Gallery di Edimburgo raffi gurante un “Arciere con la mano sul corsaletto” – opera pienamente inseribile nel dibattito sul paragone tra pittura e scultura, il cui stato di conservazione tuttavia non consente di riconoscere senza incertezze la paternità giorgionesca – fino al “Doppio ritratto” di Palazzo Venezia a Roma, uno dei capolavori ritrattistici di Zorzi: straordinaria resa pittorica e un senso profondo dei gesti, dei simboli e delle espressioni.
Ancora capisaldi dell’arte del pittore di Castelfranco, con le due opere simbolo che segnano la nascita del paesaggismo: “La Tempesta” e il “Tramonto” che, rispettivamente, le Gallerie dell’ Accademia di Venezia e la National Gallery di Londra hanno prestato con grande sensibilità verso un progetto celebrativo di tale importanza.
Ecco dunque insieme, l’opera “certa” che, più di qualunque altra, ha sfi dato le capacità ermeneutiche di tanti studiosi, suggerendo le congetture fi losofi che, psicanalitiche, alchemiche, più strane e complesse, e quella che – oggi sempre più accreditata come Giorgione – raffigura probabilmente Filottete a Lemno, il cui tema viene desunto a Venezia dopo che l’editio princeps delle tragedie di
Sofocle venne stampata da Aldo Manuzio nel 1502: in entrambe uomo e natura sono sullo stesso piano, in un rapporto di complementarità che si traduce in lirismo e che, abbandonate le categorie convenzionali, si esprime integralmente nel colore.

Straordinaria modernità di Giorgione.
Notevole la presenza in questa sezione dei disegni attribuiti a Campagnola e talvolta allo stesso Giorgione, provenienti dal Louvre e dagli Uffizi, con studi di paesaggio e architetture che paiono rapportarsi pienamente al protagonista naturale dei due capolavori di Zorzi e alcune incisione di Du¨rer; così come va sottolineata – nella logica dei continui rimandi all’ambiente culturale e artistico in cui si svolge l’esperienza giorgionesca – come il Tramonto sia proposto in dialogo con l’incisione del “Giovane pastore” di Giulio Campagnola di Francoforte (quasi identica nell’impostazione), con la lastra marmorea del “Filottete” di Antonio Lombardo dell’ Ermitage e con i bronzi rinascimentali raffi guranti mostri e serpenti, cui rimandano la posizione sinuosa del giovane protagonista del quadro di Giorgione e la percezione di presenze mostruose tra le fitte fronde e le rocce dell’opera londinese.
Capitolo ulteriore – affascinante, inevitabile, emblematico delle vicende critiche e interpretative che hanno accompagnato la ricostruzione del percorso artistico di questo grande maestro, entro una fi tta coltre di nebbie e di silenzi documentari – è quello che in mostra viene proposto, questa volta esplicitamente, come “Le Sfide”.
Sfide tra i grandi maestri dell’arte rinascimentale, che forse sono stizziti o forse dall’aldilà se la ridono, a veder gli studiosi attribuire, ora a l’uno ora a l’altro – Giorgione, appunto, o Tiziano o Sebastiano del Piombo oppure Perugino – un medesimo dipinto; sfi de per gli storici dell’arte, sfi de per il pubblico, sfide per chi cerca dati certi e verità assolute, quando l’unico dato certo è l’eccellenza, la capacità di lasciare un segno nella storia.
La “Madonna con Bambino e i Santi Caterina e il Battista” delle Gallerie dell’Accademia, sembra verosimilmente attribuibile a Sebastiano del Piombo ai suoi esordi, ma sono tanti coloro che la inseriscono nel corpus delle opere di Zorzi; il bellissimo “Cristo Portacroce” con lunetta soprastante raffi gurante “l’Eterno con gli angeli”, conservato presso la Scuola Grande di San Rocco e oggetto di grande devozione nel Cinquecento, passa ancora di mano – di volta in volta – ora a Tiziano ora a Giorgione; il pendant impressionante del “Cantore appassionato” e del “Suonatore di liuto” della Galleria Borghese di Roma – attribuito a Giorgione nell’inventario del cardinale Scipione Borghese del 1650 – sembra richiamare quella nuova concezione di monumentalità varata dall’artista con gli
affreschi del Fondaco ma anche un nuovo sperimentalismo nella ritrattistica giorgionesca, con i volumi dell’epidermide più plastici grazie all’uso del rosso e con un’accentuazione quasi caricaturale di gesti ed espressioni e, nonostante questo, viene addirittura ascritto ad un seguace di Giorgione di metà Seicento posticipando entrambi i dipinti di un secolo; ancora – accomunata alle due precedenti opere dal tema musicale, particolarmente caro a Giorgione, secondo la descrizione vasariana – la tela, di collezione privata, nota come “Sansone deriso” o “Concerto”, per la quale
si propone una nuova lettura iconografi ca: assegnata alla fase ultima del maestro, appare di altissima qualità pittorica, di straordinaria rilevanza realistica, chiara espressione di una pittura tonale liberata da vecchi schematismi.
Infine due guerrieri: uno alla National Gallery di Londra – un tempo considerato preparatorio per il santo di sinistra nella pala di castelfranco e più di recente oscillante tra una datazione di primo ‘500 e una di un secolo più tarda – e il “Guerriero con paggio” di Castel Howard, che pochissimi fortunati hanno visto finora dal vivo: forse di Tiziano, forse desunto da una perduta ideazione di Giorgione.

Giorgione, Le tre età dell'uomo, olio su tela

Un appassionato viaggio alla scoperta del più enigmatico e misterioso artista del Rinascimento. Una mostra che riunisce nella città natale, Castelfranco Veneto, un nucleo incredibile di capolavori del maestro che, come nessun altro, ha fatto accapigliare studiosi e storici dell’arte alla ricerca di verità documentate che ancora mancano, dando adito alle più diverse e talvolta azzardate interpretazioni, sulla sua vita e la sua produzione: GIORGIONE.
Si sono spesi fiumi di parole e d’inchiostro nel tentativo di cogliere e interpretare la figura, la poetica, la realtà storica di Giorgione.
Eppure il Maestro di Castelfranco, cui vengono attribuiti alcuni dei più noti capolavori del Rinascimento italiano, sfugge ad ogni tentativo di delineare una biografia certa, un catalogo delle opere defi nito, un’interpretazione unanime del significato di talune sue realizzazioni.
Tanto la sua vita e la sua presenza risultano tuttavia fugaci – muore a poco più di trent’anni e la sua produzione viene circoscritta al massimo a tre soli lustri – altrettanto pregnante e rivoluzionaria appare la sua opera, capace di influenzare, con la potenza lirica della sua arte, l’uso del colore, e quel nuovo equilibrio tra uomo e natura, stuoli di artisti di diverse generazioni, lasciando un segno indelebile e imprescindibile per gli sviluppi della storia artistica seguente.
Il “fenomeno” Giorgione è dunque una realtà. I 500 anni dalla morte di Zorzi da Castelfranco detto Giorgione (Castelfranco Veneto 1477/78 – Venezia 1510), secondo le ricostruzioni più accreditate, ricorrono nel 2010 e Castelfranco Veneto, città che oltre ad aver dato i natali al grande artista conserva uno dei suoi più importanti capolavori (la famosa Pala di Castelfranco) e uno dei pochissimi affreschi attribuiti al maestro (Il Fregio delle Arti Liberali e Meccaniche), promuove insieme alla Regione del Veneto – che ha anche istituito un apposito Comitato Regionale per il V centenario dalla morte di Giorgione – un’esposizione di alto respiro, la cui recente inaugurazione negli ambienti di Casa Barbarella ha dato il via alle celebrazioni giorgionesche.
Una mostra che è una sfida dal punto di vista scientifico ed organizzativo, promossa con il sostegno fondamentale di Fondazione Monte dei Paschi di Siena e di Fondazione Antonveneta, la collaborazione della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici per le Province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso, della Provincia di Treviso, Parrocchia del Duomo di Castelfranco Veneto, Diocesi di Treviso, e con il contributo di Banca Antonveneta, curata da Lionello Puppi (presidente del Comitato Regionale per il V centenario), Antonio Paolucci (Direttore
dei Musei Vaticani) e Enrico Maria dal Pozzolo (Università degli Studi di Verona) e co-prodotta dal Comune di Castelfranco Veneto e Villaggio Globale International; che non mira a dare risposte definitive o soluzioni (nonostante le ricerche d’archivio condotte e le indagini riflettografiche e diagnostiche promosse su molti dipinti) ma a suggerire, evocare, meravigliare, lasciando che le opere
straordinarie, convocate nel piccolo borgo veneto, i documenti, le tesimonianze, diano vita ad un racconto straordinario.
E i maggiori musei internazionali – dall’ Ermitage di San Pietroburgo agli Uffi zi e Palazzo Pitti a Firenze, dalla National Gallery di Londra alla Galleria Borghese e Palazzo Venezia a Roma, dal Kunsthistorisches di Vienna alla National Gallery di Edimburgo, dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia al Louvre di Parigi fino alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano, al Museo di Capodimonte a Napoli a Castel Howard nello Yorkshire – hanno accettato e contribuito alla sfida.

Proprio sul “fenomeno” Giorgione dunque – fatto di capolavori del maestro ( dalla “Tempesta”, alle “Tre età” di Palazzo Pitti dal “Tramonto” alla “Madonna con Bambino” dell’Ermitage) ma anche di densissimi incroci artistici e culturali che concorrono a suggerire significati, chiavi di lettura, ruolo e peso storico dell’arte giorgionesca o, ancora, a fornire spunti per un’evanescente biografi a e per una rilettura del mito – s’incentra questa epocale mostra che propone, come mai prima d’ora, una radiografi a attenta e dettagliata anche dell’ambiente e del contesto, culturale e spirituale, del grande pittore tra la fine del Quattrocento e il primo decennio del Cinquecento, suggerendo un “sistema” attorno al geniale artista e da lui stesso alimentato.
In mostra dunque – accanto ai numerosi dipinti di Giorgione eccezionalmente concessi – troveranno posto, in una straordinaria sinfonia che riporta al fecondo ambiente veneziano del tempo, opere importanti di Giovanni Bellini, Vincenzo Catena (alla cui bottega pare essersi formato) Albrecht Du¨rer, Sebastiano del Piombo, Tiziano, Lorenzo Costa, il Perugino, Cima da Conegliano, Palma il Vecchio, Boccaccio Boccacino, Garofalo, ma anche i volumi dei suoi biografi – da Castiglioni, Pino, Vasari, Dolce – e quelli di letterati, musici, intellettuali – da Petrarca a Bembo - che contribuirono a creare il milieu culturale del quale potrebbe essersi alimentato; e ancora i bronzi dei Lombardo, del Riccio e di Severo da Ravenna, le incisioni di Teniers e di Zanetti, anche a ricordare i perduti Giorgione e in particolare gli affreschi del Fondaco ove Zorzi lavorò accanto a Tiziano.

Innanzitutto, però, l’arte di Giorgione – “limpido specchio del rinascimento alla sua altezza suprema”, secondo Berenson – proposta in mostra attraverso alcuni nuclei fondamentali.
Il focus dedicato alle primissime prove dell’artista, mai così completo, affianca in mostra - nella sala di Casa Barbarella ove è conservato l’enigmatico Fregio delle Arti Liberali – lo spiazzante “Saturno in esilio”, forse il primo Zorzi giunto sino a noi prestato dalla National Gallery di Londra alle due opere delle Gallerie degli Uffizi con cui di solito si fa aprire il catalogo del Maestro, “La
Prova di Mosè
” e il “Giudizio di Salomone”: dipinti senza paragoni nel contesto dell’epoca, che mostrano l’assoluta libertà della pittura dell’artista nell’impianto compositivo e nella scelta dei soggetti; assieme a questi la “Madonna con il Bambino” dell’Ermitage – ascrivibile anch’essa alla prima fase della carriere dell’artista – che indica il ricorso a materiale grafi co dell’area nordica e i due
dipinti dei Civici Musei di Padova, la “Leda e il cigno” e l’“Idillio campestre”, in stretto rapporto con le due tavole degli Uffizi. In questa fase si imposta verosimilmente il rapporto – che proseguirà nel tempo – tra Zorzi e il padovano Giulio Campagnola, di cui la mostra presenta numerose incisioni, che rimandano all’ambiente culturale più colto di quegli anni, compreso il famoso “Astrologo
dall’ Albertina di Vienna chiamato a dialogare con le suggestioni e i rimandi dell’iconografia del Fregio affrescato.

Zorzi aveva una buona nomea nel campo dei ritratti. “Fece Giorgione molti altri ritratti, che sono sparsi in molti luoghi per l’Italia, bellissimi”, scriveva Vasari nel 1568.
È notevole il nucleo d’opere in mostra che testimoniano come Giorgione abbia introdotto prepotentemente nell’arte lagunare – grazie anche al mai provato ma indubitabile contatto con Leonardo – un nuovo gusto nella concezione ritrattistica: non solo nella scelta del fondale scuro o dell’evidenziazione degli oggetti dal forte carattere simbolico ed emblematico ma anche, e soprattutto nella resa psicologica.
A partire dunque dalla “Tre età dell’uomo” della Galleria Palatina di Palazzo Pitti, probabile lezione di musica, forse metafora dell’armonia universale, si potranno ammirare in mostra opere chiave, come “L’Alabardiere con un’altra figura” del Kunsthistorisches di Vienna, probabilmente riconducibile all’opera segnalata da Michiel come Zorzi in casa di Gianantonio Venier – che riprende nel volto
grottesco dello strambo personaggio di destra un’invenzione leonardesca – per continuare con il quadro prestato dalla National Gallery di Edimburgo raffi gurante un “Arciere con la mano sul corsaletto” – opera pienamente inseribile nel dibattito sul paragone tra pittura e scultura, il cui stato di conservazione tuttavia non consente di riconoscere senza incertezze la paternità giorgionesca – fino al “Doppio ritratto” di Palazzo Venezia a Roma, uno dei capolavori ritrattistici di Zorzi: straordinaria resa pittorica e un senso profondo dei gesti, dei simboli e delle espressioni.
Ancora capisaldi dell’arte del pittore di Castelfranco, con le due opere simbolo che segnano la nascita del paesaggismo: “La Tempesta” e il “Tramonto” che, rispettivamente, le Gallerie dell’ Accademia di Venezia e la National Gallery di Londra hanno prestato con grande sensibilità verso un progetto celebrativo di tale importanza.
Ecco dunque insieme, l’opera “certa” che, più di qualunque altra, ha sfi dato le capacità ermeneutiche di tanti studiosi, suggerendo le congetture fi losofi che, psicanalitiche, alchemiche, più strane e complesse, e quella che – oggi sempre più accreditata come Giorgione – raffigura probabilmente Filottete a Lemno, il cui tema viene desunto a Venezia dopo che l’editio princeps delle tragedie di
Sofocle venne stampata da Aldo Manuzio nel 1502: in entrambe uomo e natura sono sullo stesso piano, in un rapporto di complementarità che si traduce in lirismo e che, abbandonate le categorie convenzionali, si esprime integralmente nel colore.
Straordinaria modernità di Giorgione.
Notevole la presenza in questa sezione dei disegni attribuiti a Campagnola e talvolta allo stesso Giorgione, provenienti dal Louvre e dagli Uffizi, con studi di paesaggio e architetture che paiono rapportarsi pienamente al protagonista naturale dei due capolavori di Zorzi e alcune incisione di Du¨rer; così come va sottolineata – nella logica dei continui rimandi all’ambiente culturale e artistico in cui si svolge l’esperienza giorgionesca – come il Tramonto sia proposto in dialogo con l’incisione del “Giovane pastore” di Giulio Campagnola di Francoforte (quasi identica nell’impostazione), con la lastra marmorea del “Filottete” di Antonio Lombardo dell’ Ermitage e con i bronzi rinascimentali raffi guranti mostri e serpenti, cui rimandano la posizione sinuosa del giovane protagonista del quadro di Giorgione e la percezione di presenze mostruose tra le fitte fronde e le rocce dell’opera londinese.
Capitolo ulteriore – affascinante, inevitabile, emblematico delle vicende critiche e interpretative che hanno accompagnato la ricostruzione del percorso artistico di questo grande maestro, entro una fi tta coltre di nebbie e di silenzi documentari – è quello che in mostra viene proposto, questa volta esplicitamente, come “Le Sfide”.
Sfide tra i grandi maestri dell’arte rinascimentale, che forse sono stizziti o forse dall’aldilà se la ridono, a veder gli studiosi attribuire, ora a l’uno ora a l’altro – Giorgione, appunto, o Tiziano o Sebastiano del Piombo oppure Perugino – un medesimo dipinto; sfi de per gli storici dell’arte, sfi de per il pubblico, sfide per chi cerca dati certi e verità assolute, quando l’unico dato certo è l’eccellenza, la capacità di lasciare un segno nella storia.
La “Madonna con Bambino e i Santi Caterina e il Battista” delle Gallerie dell’Accademia, sembra verosimilmente attribuibile a Sebastiano del Piombo ai suoi esordi, ma sono tanti coloro che la inseriscono nel corpus delle opere di Zorzi; il bellissimo “Cristo Portacroce” con lunetta soprastante raffi gurante “l’Eterno con gli angeli”, conservato presso la Scuola Grande di San Rocco e oggetto di grande devozione nel Cinquecento, passa ancora di mano – di volta in volta – ora a Tiziano ora a Giorgione; il pendant impressionante del “Cantore appassionato” e del “Suonatore di liuto” della Galleria Borghese di Roma – attribuito a Giorgione nell’inventario del cardinale Scipione Borghese del 1650 – sembra richiamare quella nuova concezione di monumentalità varata dall’artista con gli
affreschi del Fondaco ma anche un nuovo sperimentalismo nella ritrattistica giorgionesca, con i volumi dell’epidermide più plastici grazie all’uso del rosso e con un’accentuazione quasi caricaturale di gesti ed espressioni e, nonostante questo, viene addirittura ascritto ad un seguace di Giorgione di metà Seicento posticipando entrambi i dipinti di un secolo; ancora – accomunata alle due precedenti opere dal tema musicale, particolarmente caro a Giorgione, secondo la descrizione vasariana – la tela, di collezione privata, nota come “Sansone deriso” o “Concerto”, per la quale
si propone una nuova lettura iconografi ca: assegnata alla fase ultima del maestro, appare di altissima qualità pittorica, di straordinaria rilevanza realistica, chiara espressione di una pittura tonale liberata da vecchi schematismi.
Infine due guerrieri: uno alla National Gallery di Londra – un tempo considerato preparatorio per il santo di sinistra nella pala di castelfranco e più di recente oscillante tra una datazione di primo ‘500 e una di un secolo più tarda – e il “Guerriero con paggio” di Castel Howard, che pochissimi fortunati hanno visto finora dal vivo: forse di Tiziano, forse desunto da una perduta ideazione di Giorgione.

Ultimo aggiornamento ore 18:54


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