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3/11/2009

Nino Bernocco e la sua Liguria

In mostra alla Bocconi di Milano

L'università Bocconi di Milano ospita, fino a venerdì 15 gennaio 2010, la mostra "Nino Bernocco – Opere dal 1993 al 2008". Sono esposte una trentina di opere, alcune delle quali appartenenti a collezioni private e quindi di solito non visibili che ripercorrono gli ultimi quindici anni di attività del pittore ligure.

 “La pittura di Bernocco”, si legge nella home page del sito Internet del pittore, “si riallaccia con acutezza espressiva alla tradizione del paesaggismo otto e novecentesco in Liguria, rinnovandone in senso attuale le forme, grazie a quella libertà di colore e di segno che la sua prima esperienza informale, e l’esempio di illustri maestri, dall’inglese Sutherland all’italiano Mafai, gli consentono".

Poeta e attento spettaore della natura, Bernocco si è sempre mantenuto fedele a questo tema e questo gli ha permesso di conferire alla sua pittura, pur attraverso varie e diverse fasi in cui l'artista ha dialogato con le tendenze più attuali del tempo, una sostanziale unità espressiva. Oltre ai paesaggi naturali, l'artista ha esplorato con frequenza e fortuna i paesaggi urbani, le periferie, i cantieri e le strade di Genova, osservati con sguardo commosso e appassionato. 

Scrive Valerio Grimaldi, nell'introduzione al catalogo della mostra, edito da De Ferrari: "Nella pittura di Bernocco soffia dentro il vento toccante della memoria che spinge a svincolarsi e lasciare per strada ogni esteriorità illustrativa, la tavolozza riascolta il fascino prepotente e sottile del colorismo ligure, di cui si accentuano la luce, il suono, il respiro compresi come sono in una ricerca estetica profonda e severa e secondo canoni che non concedono spazi ed azzardi di semplice mestiere. Il suo fare pittura si affida e si lega a doppio filo ad una raffinatissima sensibilità con vibrazioni quasi tattili alla superficie del dipinto oltre ed al di là del referente naturalistico, della allusione e illusione figurativa per approdare ad un senso quasi metafisico, che affida alla luce una funzione di conduttore o cortocircuito di emozione: una luce sempre timbrica e vibrante, a volte palpabile e inafferrabile a volte fisica e umorale" .

LA PITTURA DI BERNOCCO
[...] Costante motivo ispiratore dell’arte di Nino Bernocco è stata, sin dai suoiinizi, la natura. Proprio la fedeltà a questo antico tema ha permesso che la sua pittura, pur attraversando alcune fasi in cui la sua immagine talora ha dialogato conle tendenze più attuali del tempo, mantenesse quella sostanziale unità che fa diessa un’esperienza del tutto autentica.
Bernocco non può ritenersi un artista “professionista”, nel senso vieto che questo termine ha assunto in anni recenti, quando anche la pittura è divenutamerce, e il pittore, nella maggioranza dei casi, un produttore intento al mercato, che esige il ripetersi d’una sigla formale, che non solo ad ogni costo presenti uncarattere di modernità, ancorché vuoto di autentici valori espressivi, ma distingua, come qualunque elìtaria, vendibile merce, l’inconfondibile marchio del suo artefice.
La sigla distintiva di un vero artista nasce invece dalla continua riflessione sui valori formali che rispecchiano la sua vocazione creativa, lo spessore spirituale e intellettivo della sua poetica: in questo senso, senza voler esaltare più di quel che meriti la pittura di Bernocco, si può tranquillamente dire che mai il suo dipingere ha avuto motivazioni che esulassero, da un lato dalla sua costante fedeltà al tema che è all’origine della sua ispirazione, dall’altro dalla sua predisposizione, e dalla sua sicura vocazione, per certe peculiarità dei mezzi espressivi della pittura, il colore-materia e l’acuta prensilità del segno. Essi hanno distinto, sin dagli inizi, le sue prove.
Pittore “professionista” e pittore “di passione”: attribuendo l’appartenenza dell’esperienza di Bernocco al secondo di questi due termini, oggi spesso antitetici, è possibile apprezzarne l’operato. Sarebbe sterile, inutile vezzo critico, indicare derivazioni e influenze per un artista che ha giocato, e gioca, la sua partita tra un’autentica commozione per il reale ed un intelligente accostamento alle esperienze d’altri pittori che più si confanno alla diretta espressione del suo sentimento del mondo. Sostanzialmente le stagioni di questo pittore ammettono un solo, motivato accostamento ad un’esperienza artistica fondamentale del secolo scorso: la pittura informale. E’ lì che Nino ha attinto, negli anni ottanta, una più matura consapevolezza dell’autonomia della materia pittorica, dell’efficacia espressiva del gesto, della possibilità d’essere al centro della propria emozione nell’atto stesso di deporre sulla tela il colore-materia, di tracciare i percorsi del segno. Ne sono nate opere talora forti, persino un po’ inusuali nel percorso della pittura in Liguria, dove si era abituati alle poetiche, scabre arsure montaliane di Gianfranco Fasce, al forte naturalismo “informale” di Lavagnino o di Ugolini, alle tenerezze cromatiche di Sturla, di Sirotti. Erano opere accese dai rossi come di fiamma, dai neri segni indicativi dell’ansietà di esprimere, al suo nascere, l’emozione. [...]

Viste oggi, sono opere belle, che resistono al tempo, e forse altri, più tardi, potrà dire quale posto ad esse competa nella vicenda ligure di cui parlavo prima.
E’ certo, in ogni modo, che la versione che l’artista ha dato dell’informale ha un carattere eccentrico rispetto a quel ch’è avvenuto, in quella cultura, nell’ambiente ligure del tempo, e presenta un particolare stile, spiegabile semmai con l’impreveduta
consonanza, avvertibile a posteriori, istintiva e probabilmente neanche voluta dall’artista, con analoghe soluzioni di Chighine, di Fasce, e di certo informale francese, di poco anteriori alla sua esperienza. Poi sostanzialmente il pittore è tornato
ai suoi amori di sempre: il paesaggio, le periferie della città, i cantieri e le strade di una Genova di cui con commosso sguardo egli raffigura luoghi dove scorre l’oscura, quotidiana vita, e di cui la sua pittura svela la semplice poesia. E qui soccorre, a intendere il profilo non occasionale della sua pittura, ma nutrito di uno spessore di cultura visiva che è tutt’uno con le sue scelte di poetica, la memoria di certo profondamente ispirato dar figura alle dimesse strade della città, negli anni trenta, da un dimenticato pittore, Giovanni Solari, persino dal miglior Saccorotti e da Verzetti. E’ una poetica del paesaggio urbano che ha dato, a partire da quei pittori e dai poeti, da Camillo Sbarbaro a Firpo, voce poetica all’aspetto più dimesso e oscuro della sfolgorante città “di pietra e di cenere” cui, in modo indissolubile, quasi a figurare l’imprendibile doppia inclinazione dell’anima ligure, appartiene. Bernocco preferisce, a parole, spiegare il suo rivolgersi all’”urbano” con l’influenza che su di lui avrebbe avuto la grande mostra d’arte moderna che si tenne a Genova nel ‘72 sul tema della città. Ma certamente quell’evento rappresentò per Nino più un avvio ed uno stimolo alla sua vera vocazione, che un suggerimento tematico e culturale. Esso non avrebbe del resto potuto certamente di per sé determinare l’annosa insistenza con la quale egli ha indugiato su questi soggetti, ritornando a trattarli a più riprese, ed in essi cogliendo spesso i suoi risultati migliori. Del resto i paesaggi urbani di Bernocco, tranne, in parte, le opere sugli interni del manicomio di Quarto, non hanno nulla dello spirito oppositivo e di denuncia che caratterizzava le opere di quella mostra, e si collocano semmai in quella linea “ligure” della poesia e della pittura di cui ho parlato prima. Gli scorci di paesaggio urbano da lui dipinti ostendono una vena melanconica, quasi brani di memoria “mafaiana” resi attuali per il risentito vigore della pennellata, per quel che di drammatico la severa riduzione a pochi toni ribassati di colore, acceso solo da luminescenze improvvise, rivela.
Bernocco è un artista che alterna fasi di indefesso lavoro a periodi, talora prolungati, di stasi. Ragioni della vita e ragioni dell’arte: egli non ritiene di piegare, come potrebbe, la pittura alle esigenze del campare, e poi c’è da dire che una pittura “di passione” comporta anche tempi di attesa, in cui l’artista non dimentica, né rimuove, quel riflettere per immagini che rappresenta la sostanziale, primaria esigenza della sua esistenza. La lezione di Sutherland è rimasta indelebile, e se ne trova traccia nell’opera degli anni novanta, in quella sua figurazione di paesaggio in cui l’impalcatura sottile del segno sostiene il diafano distendersi dei piani di colore-luce. Proprio in questo paesismo d’invenzione, Nino ha rinnovato il rapporto con la tradizione ligure a lui più prossima. Non un rapporto diretto, tale che possa dirsi che la sua pittura direttamente discende dall’uno o dall’altro maestro, ma l’appartenenza ad un clima creativo che da Ceccardo a Sbarbaro, da Rayper ad Olivari, a Edoardo Firpo, ha fatto del paesaggio, decantato nella “leggerezza” dello stile, il luogo dell’anima. E’ la luce che dilaga a rendere in qualche modo “astratte” e mentali queste sue immagini, scaturite da un’ intensa passione per il vero: una luce che talora parrebbe serale, mentre invece è sommessa e contenuta in quanto deriva da una pensosa, interiorizzata visione del paesaggio.

Gianfranco Bruno
dal catalogo della mostra personale di Nino Bernocco
a Palazzo San Giorgio - Genova 2005

 

 

 

 

Nino Bernocco – Opere dal 1993 al 2008

2 novembre 2009 – 15 gennaio 2010

Catalogo: De Ferrari Editore, Genova

Orari: da lunedi` a sabato ore: 9.00 – 12.00

Universita` Bocconi
via Sarfatti 25
20136 Milano
tel. 02 5836.2147

BIOGRAFIA

Nino Bernocco nasce il 4 dicembre 1948 a Genova dove tutt’ora risiede e lavora.

Fin dall’infanzia manifesta un’attitudine alla pittura che, dietro l’incoraggiamento della nonna materna, porta avanti col preciso scopo di “diventare pittore”.


Nel 1968 tiene la sua prima personale presso l’Istituto I.E.S. di Genova suscitando l’interesse della critica locale. Tullio Cicciarelli, Anna Maria Secondino e Gigli Molinari scrivono le prime recensioni.
Nel 1969 interrompe gli studi presso l’Istituto Chimico di Genova per iscriversi all’Accademia Ligustica di Belle Arti, che frequenterà fino al 1975 sotto la guida di Nicola Ottria e Raimondo Sirotti. Hanno anche grande importanza, in quegli stessi anni, per la sua formazione artistica e culturale, le lezioni di storia dell’arte tenute da Gianfranco Bruno.
Dal 1971 approfondisce gli studi sul pittore Graham Sutherland, rimanendone affascinato: i lavori esposti nella personale di Palazzo Doria del 1974 pienamente dimostrano questo particolare interesse. Sempre nei primi anni settanta è presente a varie manifestazioni all’estero, a Atene, Madrid, Salisburgo e Vienna.
Nel 1976, a seguito di un viaggio in Grecia, esegue una serie di lavori ispirati al mare Egeo. Verso la fine degli anni settanta la sua pittura diventa più materica, e il paesaggio ligure, con le sue rocce e i suoi ulivi, motivo di ispirazione per i successivi lavori, che daranno l’avvio al periodo post-informale naturalistico.
Nel 1984 viene segnalato, da Germano Beringheli, Mauro Bocci e Franco Sborgi, per la mostra Aspetti della giovane pittura a Genova che ha luogo ad Odessa in occasione del gemellaggio Genova-Odessa.
Nel 1984-85 viene inserito nell’annuario Comanducci, nel volume Segnali di Felice Ballero, nonché nel decimo volume Arte Italiana Contemporanea, ed. La Ginestra, Firenze.
Dal 1988 al 1990, a seguito dei lunghi soggiorni a Chamois, esegue molti pastelli dedicati alla località montana, cercando di riappropriarsi dell’immagine “figurativa”, accantonata per circa vent’anni. Sono queste le prime esperienze in tal senso dopo anni di informale.
Nel 1988-89 viene segnalato da Nalda Mura nel catalogo Arte Moderna Italiana, n. 24, Giorgio Mondadori ed.
Nel 1990, con una serie di oli dedicati al disgelo a Chamois, chiude definitivamente il periodo informale, per ritornare ad esprimersi attraverso l’immagine.
Nel 1991 è presente nel Dizionario degli artisti liguri, curato da Germano Beringheli. Gli Amici di Albaro,
nel 1992, gli dedicano una serata, presentata da Nalda Mura e Germano Beringheli.
Dopo aver frequentato per vari mesi l’Ospedale Psichiatrico di Quarto, con l’intento di studiarne le vecchie strutture, esegue un’ottantina di opere, poi esposte presso le gallerie Il Punto di Genova e Cristina Busi di Chiavari, sotto il titolo L’altra Quarto.
Nel 1994 Giancarlo Ossola e Marina De Stasio presentano la mostra Naturalismo urbano, composta da dipinti eseguiti quasi tutti dal vero nelle periferie di Sampierdarena e Valpolcevera. A seguito di un viaggio nelle isole Eolie, avvenuto nel 1994, la sua tavolozza si schiarisce, e la materia pittorica diventa più fluida lasciando predominare “la luce”. Nasce così, tra il 1994 e il 1995, la mostra Il mare tra le case, dedicata al centro storico di Genova.
Nel 1996 l’Accademia Balbo di Bordighera gli dedica la mostra Tre città - una città, dove vengono esposte opere estrapolate dai cicli L’altra Quarto, Naturalismo urbano e Il mare tra le case. Sempre nello stesso anno viene invitato al concorso “Rubaldo Merello” a San Fruttuoso di Camogli, dove vince il primo premio col quadro Baracche a San Fruttuoso.
Nel 1998 viene pubblicato un libretto dal titolo Demolizioni, con la presentazione e una poesia in esergo di Domenico Camera. Nello stesso anno, in occasione della mostra al Centro Civico Buranello, esce il catalogo La luce del silenzio, con presentazione di Marina De Stasio, Sandro Ricaldone, una lettera di Germano Beringheli e un apporto di Franco Musso.
Nel 1999 viene pubblicato il libretto Disgelo, con una poesia di Adriano Sansa ed uno scritto di Giovanni Meriana.
L’anno successivo esce la piccola monografia Scorci, con presentazione di Cesare Viazzi e una poesia di Vito Elio Petrucci.
Nel 2004 viene invitato alla rassegna d’arte contemporanea “Nicolò Barabino” presso il Centro Civico Buranello di Genova.
Nel maggio 2006, con i patrocini della Provincia di Genova, dell’Autorità Portuale di Genova, dei Lions Club di Genova ed il sostegno della Silomar S.p.A. ordina nella Sala delle Compere di Palazzo San Giorgio a Genova la Personale “Opere dal 1984 al 1999” con presentazione a catalogo di Gianfranco Bruno.
Nell’estate del 2006, dopo un soggiorno in Bretagna esegue un ciclo di opere ispirate alla costa e all’entroterra bretone, esposte nel 2007 all’Artefiera di Genova, ottenendo un notevole successo di pubblico.
Sempre nel 2007 presso il Centro civico Buranello di Sampierdarena ordina la mostra Naturalismo urbano - Sampierdarena e dintorni con un testo di Marina De Stasio del settembre 1994.
Nel febbraio del 2008, presenta presso Arte Genova la personale La stagione informale con opere dal 1973 al 1991.
Ancora nel febbraio 2008, presso il Museo d’arte contemporanea di Villa Croce a Genova, presenta la monografia “La stagione informale”, con introduzione critica di Luciano Caprile e interventi critici al dibattito di: Sandra Solimano, Germano Beringheli, Gianfranco Bruno, Sandro Ricaldone e Luciano Caprile.
In tale occasione espone le opere più significative, donandone al museo due particolarmente importanti, che rimarranno esposte in permanenza.
Nello stesso anno un suo dipinto “Il giardino degli ulivi” entra a far parte della collezione nel Museo d’Arte Moderna di Genova - Nervi.


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