Le radici di Yoko Ono corrono su questi binari, tra Giappone e New York, ma anche tra il suo strenuo desiderio di avere una carriera artistica e quello di avere una famiglia: tre matrimoni e due figli tra contrasti, rapimenti, divorzi e lutti. Date le guerre che ha vissuto, da quelle tra i popoli – è pur sempre una testimone dell’atomica - a quelle tra le mura domestiche o sotto casa, dove vide ammazzare il suo terzo marito, titoli di sue opere come Imagine Peace e I Love You non possono che apparire degli auspici. La sua arte sembra assumere il ruolo di un rifugio sempre riguadagnato e adatto a sopire una conflittualità sempre latente. Sarebbe un errore, però, pensare che questo modo di usare l’arte come una sorta di terapia che dal sé si estende verso l’intero mondo l’abbia condotta a una professionalità limitata: al contrario. I fondamenti del suo approccio teorico all’arte vengono esposti, peraltro in modo volutamente sintetico e sotto la veste ostentatamente pratica della ricetta, nel piccolo libro Grapefruit (il titolo era ispirato a una specifica performance nel 1961: A Grapefruit in the World of Park, “un pezzo per fragole e violino e AOS” con David Tudor presso la Carnegie Hall di New York). Il volume è diviso in capitoli separati, dedicati a diversi campi del fare artistico: musica, pittura, eventi, poesia, oggetti, considerati come perle di una stessa collana ma non fusi uno nell’altro e soprattutto non unificati in nome di una confusa multidisciplinarietà. L’artista ci racconta: “I miei dipinti, che sono tutte istruzioni di dipinti (e indicate come tali anche per l’esecuzione eventuale di altri) vennero dopo che il collage e l’assemblage (1915) e gli happening (1905) arrivarono nel mondo dell’arte. Considerando la natura dei miei dipinti, ciascuna delle tre parole sopra menzionate o anche una parola nuova può essere usata al posto della parola “dipinto”.
Tuttavia amo la vecchia parola “dipinto”, perché si connette immediatamente con la definizione di dipinto come “dipinto murale”, e questo è carino e buffo. Tra le mie istruzioni per dipinti, il mio interesse è soprattutto per ‘dipingere per costruire nella tua testa’”1. D’altro canto, l’artista non è affatto ingenua nel modo di definire il suo lavoro e soprattutto nel volere fuggire definizioni canoniche. In un altro punto di Grapefruit annota: “La gente mi chiede perché io definisco alcune opere Eventi e altre no. Mi chiedono anche perché non chiamo Happening i miei Eventi. Evento, per me, non è una assimilazione a tutte le altre arti come sembrerebbe essere l’Happening, ma una estrinsecazione dalle varie percezioni sensoriali. Non è un “mettiamo insieme” come accade per la maggior parte degli happening, ma un avere a che fare con se stessi. Ancora, non ha uno script come accade alla maggior parte degli happening, piuttosto ha qualcosa che inizia a muoverlo, la parola più vicina potrebbe essere un “desiderio” o una “speranza”.
Yoko Ono ha una formazione da musicista e sembra conoscere quale fatica e competenza siano necessarie per arrivare a risultati degni di nota. Per questo rifiuta una delle idee implicite in quella mescolanza di discipline che sembra essere implicita nell’happening e nelle azioni vicine alla concezione del Fluxus di George Maciunas. Piuttosto Ono ama dedicarsi al frammento, alla segmentazione, alla creazione di una immagine mentale che sappia farsi largo come un punto della memoria e del pensiero che meditando progetta. Il punto è creare visioni. “Si potrebbero dare istruzioni per guardare il fuoco per 10 giorni apposta per creare una visione nella mente di una persona”.
E’ la mente che pensa e che deve introdurre suggestioni di piccola dimensione, capace poi di generare trasformazioni infinitesimali ma attive: niente illusioni, allora, sulla potenza di un’opera a partire dalla sua capacità di mettere insieme approcci differenti e spesso simili a una duplicazione della vita. Quasi in polemica non solo con le diverse ipotesi di opera d’arte totale, appunto, ma anche in opposizione sottile a quell Alan Kaprow che andava proponendo un “blurring of art and life”, in cui i confini tra arte e vita si confondono come secondo un’altra eredità del romanticismo, Yoko Ono propone di incarnare il proprio ruolo di artista educata alla polidisciplinarietà, ma non vittima di questa, come un “mettersi a disposizione, come la carta. Vedi in piccolo, ascolta in piccolo e pensa in piccolo”. Uno dei rimproveri che vengono più spesso mossi all’artista è quello di essersi in fondo ritratta dall’esecuzione, di avere preferito la ripetitività dei suoi gesti minimi rispetto allo spostamento verso il monumentale, di avere mantenuto dai tempi del suo primo approccio concettuale una inconsistenza dell’opera. Ma questa evanescenza dell’aspetto materico non solamente è consapevole, ma è anche teorizzata nella linea di una letteratura e di una forma mentis che risente sicuramente di fonti non facili da reperire, data la nascita giapponese dell’artista. Comunque è facile e probabilmente non scorretto ricordare la definizione giapponese del mondo come “fluttuante” e sostanzialmente effimero. Sia consentito rilevare come il “piccolo” delle azioni e dei progetti abbia portato non solo lei, ma una decina di artisti giapponesi a progettare e realizzare prima di altri nel mondo o in modo più radicale che altrove opere artistiche transitorie. Pensiamo alla precocità con la quale il gruppo Gutaj fece passare l’arte visiva dal gesto del calligrafo alla sua macroscopizzazione, ovvero alla gigantografia dell’azione e della sua stessa, possibile, inevitabile fragilità. Nel maggio del 1957 la compagine aveva organizzato a Tokyo e a Osaka una manifestazione il cui titolo potrebbe essere tradotto “Mostra di arte da palcoscenico”, in cui, tra l’altro, Atsuko Tanaka appariva vestita di lampadine e il palco venne riempito di palloncini. Nel 1965 Atsuko Kubota riappariva sul proscenio del palcoscenico della Cinemathèque nella East 4th Street di New York, mentre dipinge per terra, accovacciata, con un pennello infilato nella vagina: ogni riferimento alla sessualità e alla discriminazione delle donne “uterine” rispetto ai maschi “razionali” era assolutamente voluto. Un’altra transfuga dal Giappone, Yayoi Kusama, nel 1965-66 trasformò la Castellane Gallery di New York in un labirinto di specchi; il pavimento era coperto da infinite forme falliche a loro volta ricoperte da pallini; al centro stava il suo stesso corpo disteso, sopraffatto dal disorientamento, dall’onnipresenza ossessiva del fallo, dal tentativo perpetrato da sua madre, dalla sua società di provenienza e anche dal contesto politico di contenerne l’esuberanza. Il lato politico di queste azioni fu chiaro soprattutto quando, nel 1968, mise in atto alcune famose parate contro la guerra, gli Anti War Naked Happening, in cui gruppi di ragazzi nudi e dipinti a pallini comparivano come statue viventi e provocanti in luoghi chiave di New York come il Central Park, Wall Street o il ponte di Brooklyn3. Non importa quanto Yoko Ono sapesse o condividesse di tutto ciò: è significativo rilevare che qualcosa, tra coloro che provenivano da una tradizione giapponese, li ha condotti a realizzare con una certa insistenza eventi “fluttuanti”; per un occidentale è più difficile staccarsi dal conforto che reca un supporto capace di rimanere, una tela, un pezzo di bronzo, uno spartito perfettamente ripetibile.
Yoko medesima nel 1963 raggiunse l’apice del “piccolo” e dell’"effimero" invitando ad ascoltare il suono della Terra mentre gira, prendere il suono della pietra che invecchia, prendere il suono della stanza che respira, usare il proprio sangue per dipingere, continuare a dipingere finché si muore. Nel suo Cut Piece (prima esecuzione a Kyoto nel 1964) il pubblico era invitato a tagliare con una forbice pezzi dell’abito dell’artista. Realizzato sia quando l’artista era molto giovane, sia più di recente, quest’opera, che consiste nel lasciare che il pubblico tagli pezzi del suo abito mentre l’artista siede sul palco, è diventata ancora più forte nel tempo: accostando i video di due esecuzioni lontane nel tempo si accostano due pericoli gravi, quello della ragazza invasa nel suo pudore e nel suo erotismo di giovane madre, quello della donna resa fragile dall’età e che per questo appare esposta a una violenza diversa e forse più irrispettosa. Visto oggi nelle sue due versioni, quel video sembra parlarci chiaramente di quanto male siamo disposti a ricevere; di quanto ne sappiamo fare; di una capacità di sopportarlo, che, probabilmente, è direttamente proporzionale alla dose di amore che siamo riusciti a ottenere e a incamerare da bambini.
Attraverso questa considerazione, l’opera ci parla del rapporto che abbiamo avuto con le nostre madri o con le figure genitoriali che ci hanno - o talvolta non ci hanno - dotato della capacità di resistere. Sapere resistere al presente e anche ai momenti del proprio passato, dopotutto, ha a che fare con una risoluzione positiva dei nostri primi conflitti. La madre, allora, torna come dispensatrice di calma anche attraverso un corpo che si lascia toccare e che si mette a nostra disposizione senza proteggersi.
La mostra che ha luogo a Palazzetto Tito, e di cui questa pubblicazione è una memoria, sembra incarnare proprio questa necessità di salvezza riportata in un luogo che è stato scelto dall’artista per la sua configurazione particolare: quella di una casa, di un luogo nato per essere abitato e che conserva le tracce, nella sua articolazione interna, di ogni possibile momento di vita comune (mangiare, parlare, scaldarsi al camino) o di separatezza (dormire e anche morire).
La casa è spesso stata presente nelle sue opere, anche se forse mai tanto radicalmente come ora. I celebrati Bed Ins (1969) erano tentativi di portare pace nel mondo a partire dal centro della casa e dal luogo nel quale, nella parte più intima della casa, si concepisce una vita nuova. Non dimentichiamo l’immagine che Yoko Ono ha scelto come guida per comunicare questa sua esposizione: un’unica mammella umana. E’ il neonato che vede una mammella sola alla volta e che non è in grado di riconoscerle come coppia. Il rapporto con il nutrimento, con la madre, con la famiglia, con il mondo inizia con la visione desiderante di una mammella unica. La psicoanalisi di Melanie Klein ci racconta come ogni neonato allucini che il seno mancante, il “seno cattivo”, quello che fa percepire fame al neonato, sia in effetti una parte di sé che il bambino stesso teme di aver distrutto quando ancora non riesce a concepire che esso faccia parte di un altro corpo e che, in generale, esistano altri corpi al di fuori del suo: di qui l’origine di una posizione depressiva e spesso auto ed etero aggressiva che può durare tutta la vita. Il bambino dapprima e poi l’adulto sarebbe tormentato da un pensiero mai chiaramente espresso, ma traducibile più o meno così: “Io ho distrutto la parte buona di me”. L’allieva principale di Melanie Klein, Anna Segal, propone come qualsiasi atto creativo possa rappresentare una via verso il ritrovamento del seno e dunque anche del sé: attraverso una ricostruzione del “seno buono”, quello che c’è, che nutre, che dà latte, l’arte diventa allora una via di uscita dal desiderio di punirsi e di lasciarsi morire.
Angela Vettese, Presidente Fondazione Bevilacqua La Masa Venezia
In occasione della mostra un libro d’artista come estensione durevole infinita della mostra. Oltre a questo, una brochure con i testi della curatrice Nora Halpern e di Angela Vettese, Presidente della Fondazione.
Sull’artista
Nata nel 1933 a Tokyo, Yoko Ono è una delle pioniere dell’Arte concettuale, e una delle artiste più influenti del Ventesimo secolo. Nel 1952 è fra le prime donne in Giappone a studiare filosofia. Dalla metà degli anni Cinquanta si trasferisce a New York, dove prende parte alla vibrante scena artistica che include, fra gli altri, il compositore John Cage e artisti del calibro di La Monte Young.
È proprio con Young che nel 1960 Yoko Ono dà vita a una serie di incontri nel suo loft vicino Canal Street, a cui partecipano non solo giovani artisti e musicisti come Jasper Johns, Gorge Maciunas - poi fondatori del movimento Fluxus – e Robert Rauschenberg, ma anche icone del mondo artistico come Marcel Duchamp, Max Ernst, Peggy Guggenheim e Isamu Noguchi. Dall’inizio della sua carriera ad oggi, l’opera di Yoko Ono non ha mai smesso di influire sulle generazioni degli artisti che le sono seguiti. Il suo impegno per la pace, iniziato col marito John Lennon, non si è mai interrotto, neanche dopo la sua morte.
La mostra personale di Yoko Ono è stata realizzata grazie alla collaborazione fra la presidente dell’Istituzione Fondazione Bevilacqua La Masa, Angela Vettese, la curatrice del progetto, Nora Halpern, con la supervisione di Jon Hendricks, curatore dell’opera di Yoko Ono.
Il progetto veneziano è coordinato da Anita Sieff, mentre la performance al Teatro La Fenice è a cura di Francesca Pasini.
La mostra è stata resa possibile grazie al generoso supporto di:
Fondazione Bevilacqua La Masa
e Peter Norton Family Foundation
Bell Family Foundation
Broad Art Foundation
Provisions Library
Donatori anonimi
Fondazione Bevilacqua La Masa | Giorgia Gallina
Tel. +39 041 5207797
press@bevilacqualamasa.it
www.bevilacqualamasa.it
Studio Pesci | Silvia Tonelli
Tel. +39 051 269267
info@studiopesci.it
www.studiopesci.it
Fondazione Bevilacqua La Masa
Palazzetto Tito
Dorsoduro 2826
Venezia
website: www.bevilacqualamasa.it
Ultimo aggiornamento ore 20:02
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