TGCOM

Magazine

Tutte le ultim'ora

24/11/2008

Joanna Rimmer Dedicated Just to me!

La singer: “Disco dedicato solo a me”

Disco di esordio di assoluta eccellenza, che è il frutto di una vita di studio e dedizione. Benché giovane la Rimmer esprime un mestiere e una voce degne delle più famose singer del passato, alle quali chiaramente si ispira, ma dato che nessuno meglio dell’artista stessa può spiegare la genesi di un disco, ecco una serie di domande rivolte alla cantante:

Vedo Joanna che ci sono dei grandi nomi su Dedicated to... Just to Me! come è stato lavorare con Fresu, Bollani e il grande Charlie Mariano?
"Il giorno che abbiamo registrato il duetto in quell’incredibile studio/cascina di Giampaolo Antoni a Pisa, grazie all’alchimia nata subito tra me e Stefano per mezza giornata ero in grado di capire come doveva essere 70 anni fa tra Judy Garland e Mickey Rooney durante gli anni ‘30 e ‘40 quando facevano quei Lets put on a show!; film stupendi pieni di gioia e innocenza, quando la parola gay significava felice. Stefano ha tirato fuori da me il mio lato giovane ma anche un lato molto deciso. Come dico nel libretto: Stefano scoppia di vero talento".

Paolo Fresu?
"Credo che, dal punto di vista umano, lui sia il più gentiluomo nell’ambiente jazz italiano. Sappiamo tutti quanto è bravo ma non mi aspettavo una persona così raffinata con una grande considerazione. Era strano e bello, anzi fantastico, come lui e Stefano non smettevano di fare prove su prove fino quando non erano sicuri di avercela fatta. Capisco benissimo perché tutti e due lavorano in tutto il mondo quasi 365 giorni all’anno".

E Charlie?
"Charlie Mariano il mio ospite d’onore? ... che esperienza e che uomo. Charlie ha suonato le frasi jazz più belle su questo cd, quel jazz puro e vero dei tempi d'oro. Ancora oggi ci sentiamo spesso, lo amo veramente. E’ importante però che io non parli del suo passato, no. Questo vecchio leone vuole parlare di oggi e di domani. Una grande onore per me di aver collaborato con una grande storica figura del jazz".

Joanna, cosa l'ha ispirata nella scelta dei brani?
"Lì era per me una cosa proprio chimica, ho scelto pezzi che mi sentivo di fare senza nessun tipo di ripensamento o valutazione. Semplicemente 14 bellissimi Standard Americani e in più un brano mio sempre però nello stile dello Standard. Avevo 7 anni quando cantavo notte dopo notte, anno dopo anno sopra il letto, pezzi sognanti come I’m Confessin, More Than You Know, Just You Just Me, Pannonica, Dancing In The Dark e non ho ancora smesso! La cultura americana ha sempre fatto parte della cultura inglese, per ovvi motivi, perciò era facile crescere circondata dai Songbook Americani e Jazz. Ciò che mi fece innamorare del jazz quando ero una bambina, però non fu il jazz in quanto tale, ma il tempo in cui mi trasportava. Non posso neppure dire che a quel tempo il jazz mi abbia mai fatto felice; in realtà mi rese, e ancora mi rende, malinconica, eppure stranamente io mi presi una sbandata spirituale per quei sentimenti di malinconia e di nostalgia che, immagino ora, mi allontanavano dalla realtà. Non so se fosse una forma di masochismo o una contraddizione, tutto quello che sapevo, e so adesso, è che quello era il mio modo d’essere (senza voler dire, con questo, che il jazz più tradizionale non mi facesse sobbalzare di gioia!). Non potevo capire perché le melodie del jazz mi entravano in testa, né perché dovevo cantarle. Solo, cantarle sembrava la cosa più naturale del mondo, anche se poi per molti anni la gente di ogni età si prese gioco di me. Mi sentivo dire che non ero normale perché cantavo quei "vecchiumi" e fantasticavo sul passato. Ancora oggi i sentimenti che provo di fronte a questo tipo di musica e a tutto ciò che proviene dal suo tempo mi riempiono di una nostalgia in qualche modo dolorosa, eppure ne sono ancora attratta. Però ora ho anche imparato, naturalmente, a trarre vantaggio da essa".

Vedo scritto sulla copertina e nel libretto che la produzione è completamente sua in tutti sensi. Come mai questa scelta di mettere tutto quanto sulle sua spalle da sola?
"Forse perché sono una maniaca del controllo!!! Sul serio! Sapevo esattamente come volevo che fosse il mio album, pur se durante il viaggio mi vennero molte nuove e differenti idee e ispirazioni, che balzavano fuori da ogni parte e si trasformavano a poco a poco in quella che è stata l’avventura della sua realizzazione. Più precisamente ancora, sapevo con certezza come volevo che risultasse il sound del prodotto finito, ma era difficile far capire agli altri com’era quel sound, e ancor più difficile indurli a VOLERLO capire. Non avevo alcuna intenzione di accontentarmi di seconde scelte o ripieghi. Fu allora che decisi di prendere in mano le redini dell'impresa. Il mio scopo non era solo quello di catturare il più possibile il sound delle registrazioni degli anni Cinquanta e Sessanta, ma anche di fornire una sonorità naturale, in modo che l'ascoltatore si sentisse come trasportato in una sala con tutte le interazioni naturali degli strumenti. Volevo anche che ogni brano fosse mixato separatamente dal seguente, perché ogni brano è diverso dall’altro. Sono una che vuol avere il controllo di tutto, voglio far le cose al meglio delle mie possibilità e oltre, e mi aspetto che gli altri si comportino allo stesso modo. Non avrei ceduto ai cliché degli ingegneri del suono con la loro moderna tecnologia, il che significa finire alla mercé del compressore,che tra parentesi ALTERA senz’altro l'intonazione naturale degli strumenti, per non parlare di quello che fa alla voce! Il prezzo da pagare per un grosso e grasso suono mp3 è esorbitante ed io non ero disposta a pagarlo, tanto meno a sacrificare la musica solo per realizzare il lavoro in tre giorni. È questo punto che entrò in scena Andrew (Andrea Romano), il padrone e fonico dello studio dove quasi tutti le registrazioni sono state fatte. Finalmente qualcuno disposto a cercar di capire quello che mi proponevo tentando di catturare la magia di quelle vecchie meravigliose registrazioni, ciò che molti musicisti di oggi desidererebbero fare ma non possono perché ingabbiati dalle scadenze del produttore e anche dal costo in termini di denaro, tempo e fatica che richiede far tutto a mano. Andrew s'impegnò a fondo nel lavoro, spinto dalla curiosità verso i miei obiettivi, e mi offrì il lusso del suo tempo. E la voce? Naturalmente è stata registrata da me, sola, nell'ambito di casa mia, per ragioni che uno può immaginare".

Perchè il suo disco si chiama Dedicated to... Just to me?
"Visto che viviamo in un periodo in cui tutti sono ansiosi di sfruttare il nome dei veri grandi del jazz del passato, profittando del mistero della loro bravura per favorire la propria carriera, ho badato bene di tenermi lontana nel mio disco da questa tentazione; questo non vuol dire che non cadrò anch'io nella trappola, un giorno o l'altro, probabilmente anzi lo farò, ma dato che si trattava del mio primo album ho pensato bene di andare da sola, a parte il fatto che se avessi deciso di dedicare questo album ad uno dei grandi del jazz mi sarei persa nella scelta: da quando mi capitò di trovare da piccola un disco di Anita O’Day, piano piano mi sono innamorata della maggior parte di loro, da Scott Joplin su su fino ad Ornette Coleman, e a tutti quelli che gli stavano intorno, da Ma Rainey fino all'ultimo vero cantante di jazz ancora in vita, che per ironia della sorte era proprio Anita O’Day Quindi: dedicato a nessuno in particolare eppure a me e a ciascuno. Perché no? Dedicato a quelli di noi che hanno sogni segreti e ambizioni ma sono troppo riservati per svelarli e svelarsi. Sono ben conscia di tutto quello che ho fatto in quest'album, c'è una buona ragione dietro ogni decisione e ogni scelta. È una mia creatura dall'inizio alla fine: ecco perché, in tutta onestà, lo dedico a me stessa".