Conosco ed adoro Carol Welsman da molti anni, questa bellissima donna ed eccellente musicista parla e scrive correntemente in molte lingue compreso l’italiano, così ho potuto da anni corrispondere facilmente con lei molte volte degli argomenti più disparati. Quale migliore occasione dell’uscita del suo ultimo disco, per farla conoscere ai lettori? Certe persone nascono predestinate, il nonno di Carol Welsman è stato il fondatore e primo direttore dell’orchestra sinfonica di Toronto.
Carol si è diplomata in pianoforte alla Berklee University e sino ad oggi, ha all’attivo più di 60.00 dischi venduti solo in Canada. Nel 2006 ha vinto il premio “Pianista dell’anno” al Canadian Smooth Jazz Awards, ed è stata nominata come “Migliore voce femminile”, “Album dell’anno” e “Migliore pianista” nel 2007. Ha all’attivo sei cd, di cui quattro hanno ricevuto la nominations ai Juno Awards, che sono il Grammy Canadese. Tredici canzoni cantate in quattro lingue diverse, un disco godibile e sofsisticato sotto tutti i punti di vista, elogiare le qualità di questa cantante potrebbe essere stucchevole, come sempre solo un attento ascolto la potrà fare apprezzare come merita. Gli arrangiamenti sono a livelli stellari, l’incisione è ottima e la capacità interpretativa straordinaria, non credo ci siano molte cantanti che si possano paragonare alla versatilità di Carol. L’interpretazione di “Ora” cantata in perfetto italiano, senza accento, da sola vale l’acquisto del disco.
Sfruttando il suo fluente italiano scritto, ho chiesto a Carol di dedicare in esclusiva per me ed il TgCom alcune note personali sul suo ultimo disco:
Ciao Giuseppe, ecco qualche nota per i tuoi lettori.
Jimmy Haslip, il bassista straordinario, era uno dei miei musicisti preferiti negli anni 80 quando ero molto ispirata dalla musica degli Yellowjackets. Ammiravo le loro composizioni ed i loro arrangiamenti e ascolto ancora tantissimo Jimmy e la loro musica. Che sogno poter lavorare con lui. Il mio manager ha suggerito che ci incontrassimo. A parte il fatto che è uno degli uomini più gentili che abbia mai conosciuto, mi ha fatto realizzare il mio sogno; ha deciso di produrre il mio CD ed addirittura a suonare il basso con mio gruppo. La cosa la più incoraggiante è che lui, insieme alla casa discografica, Justin Time Records, erano convinti che dovevo cantare in cinque lingue su questo progetto. L’ho sempre voluto, ma spesso le case nord americane preferiscono l’inglese come lingua e repertorio. Ho chiamato il mio caro amico, Giorgio Pintus, che ha scritto dei testi per il più grande, Pavarotti (e tanti altri come Alesandro Safina, Vittorio Grigolo), e gli ho chiesto se voleva scrivere un adattamento per la mia canzone “Hold Me”. “Certo” mi dice, ed è uscito fuori una versione che preferisco mille volte di più che la versione inglese. Mi ha seguito la pronuncia e il “feeling” di “Ora” in studio Joe Vannelli, il fratello di Gino, che parla perfettamente l’italiano. Lui ha pure mixato il disco. Quando ci è capitato un momento di dubbio sulla grammatica, mi hanno suggerito Giorgio Moroder per avere la sua opinione. Ho pensato, ma mi risponderebbe Giorgio? E si, ha risposto, anche un pò stupito che io parlassi l’italiano. Il Signor Pintus aveva ragione, come ha confermato Moroder, ma poter parlare un’attimo al telefono con Giorgio, non lo dimenticherò mai. Delle volte, mio accorgo perché ho deciso di vivere a Los Angeles, per i colpi di fortuna così. Molti bravi musicisti vivono là, e Jimmy Haslip li conosce tutti.
A parlare a lungo con Joe Vannelli (siamo tutti e due canadesi), ho imparato molto della carriera di Gino, ed ha tirato fuori un diluvio di storie. Sono tutti e due dei jazzisti forti, quindi mi parlava dei loro primi giorni a Montreal suonando nei club etc., e la transizione alla musica Pop, poi il ritorno al jazz.
Abbiamo registrato la maggior parte del disco a Toronto, dove faceva un massimo di meno 19 gradi centigradi a gennaio. Meno male che la musica ci riscaldava. Avevo Jimmy Branly per seguire lo spagnolo, e Pierre Coté per seguire la pronuncia in francese per l’adattamento “Dans Cette Chambre”. Ma il portoghese? Fortunatamente, uno degli assistenti del fonico era di San Paolo. Quindi, mi sono trovata nelle buone mani senza cercare molto lontano. È questo che mi ha sempre affascinato con le lingue; incontri un sacco di gente interessante che esce fuori nei momenti più opportuni.
A proposito del repertorio, finché si sappia, nessuno aveva mai fatto un “cover” di “Live to Tell” di Madonna, o “What a Fool Believes” dei Doobie Brothers. Volevo aggiungere degli accordi più jazz senza perdere il concetto originale della melodia e la bella canzone. Volevo creare un disco di pop “jazzed” e delle canzoni di jazz fatti un pò più alla latina ritmicamente. Il mio obiettivo sarebbe di dividere la mia musica con un pubblico più grande che il jazz tradizionale, che possiamo sempre suonare. Ma visto che sono cresciuta in un ambiente più Pop che Jazz, sarebbe bello attirare degli ascoltatori di pop nello stesso tempo, mischiando i due stili. Non sono certo la prima a farlo, ma mi piace trovare dei concetti di arrangiamenti originali. Sono fortunata di conoscere l’armonia jazz abbastanza bene, e essendo pianista, posso arrivare ad un suono diverso, usando il piano come guida per la voce, sopratutto nell’improvvisazione.
Un ringraziamento a Carol per la sua disponibilità, ed un invito a chi legge di ascoltare con attenzione questo disco.
Giuseppe Candiano