24/7/2010
La Brambilla, i tg e la mutanda
Telebestiario di Francesco Specchia
L'etimo rimane implacabile. Mutatis mutandis, le mutande vanno cambiate. V'è qualcosa di nuovo, anzi d'antico, nello scavallamento - con conseguente paparazzata in zona pubica- del ministro Maria Vittoria Brambilla durante la manifestazione per i 150 anni della Provincia di Milano. L’altro giorno nelle redazioni dei telegiornali, è stato un delirio. Il sito Dagospia ha addirittura genialmente titolato la notizia “Pericolo pubico"

La fotografia Olycom che, con magniloquenza endoscopica riprendeva le mutande della ministra, girava, in un ribollir d'emozioni e come una patata infuocata, di mano in mano, di sguardo in sguardo, di cronista in cronista, neanche fosse lo scatto del Che Guevara steso nella morgue boliviana, di Giovanni Leone che fa le corna, o di Bill Clinton che si stropiccia gli zebedei, inebetito dal tipico imbarazzo dell'Arkansas. Solo che la Brambilla è di Lecco e soprattutto l'imbarazzo non era il suo, stava essenzialmente nell'occhio di chi guardava. E gli occhi, vi assicuriamo, ieri erano parecchi. Sicchè, tra i giornalisti già ghermiti dal torrido luglio, l'immagine cristallizzata delle mutande della ministra hanno dato adito a due diverse scuole di pensiero. La prima è quella delle colleghe e di chi vota Pd. E sostiene che «è una cafonata pazzesca. Se sei ministra e non cubista potresti evitare, nelle occasioni ufficiali, il lifting al tessuto tipo Cetto La Qualunque più pilo per tutti, chè se ti accarezzi un'asola o ti abbottoni un polsino ti si schiude un mondo presente solo nei privé degli scambisti di provincia o nei sonetti dell'Aretino». La qual cosa ha un'indubitabile dignità semantica.
La seconda scuola di pensiero è meno tranchant e si snoda su un piano esegetico superiore. Non ci si chiede più il perchè la Brambilla fa vedere le mutande ma come le fa vedere. Ma qui scivoliamo su Hegel, e non è il caso. I colleghi maschi - quasi tutti amici della ministra- , dunque, azzardavano ipotesi sul materiale indossato (semplice cotone come la bandiera dei promotori? Seta? Lycra? Banale Nylon da battaglia?) e sulla conformazione dell'indumento (slip? Perizoma? Brasiliana?). I più predisposti alla storiografia brambillesca, coloro che non s'affidano alle dicerie e che hanno conosciuto dal vivo almeno un promotore della libertà, poi, hanno aperto l'archivio del giornale. E, sventolandola con orgoglio, ci han mostrato l'altra foto della Brambilla, più in carne e ancora scavallante a "Porta a Porta". L'abito era lo stesso, tailleurino nero estivo e gonna risucchiata verso l'alto come una farfalla in un aspiratore. Ma le mutande erano diverse. Ti credo -abbiamo tentato d'obiettare - magari le avrà cambiate. Succede. «No, non capisci», hanno insistito i colleghi «prima erano di pizzo nero seduttivo, ora sono candide d'un bianco democristiano; c'è un'evoluzione cromatica che riflette un percorso politico, una raggiunta consapevolezza di sè...»; e citavano la Mangano di Riso Amaro, la Marilyn di Quandola moglie è in vacanza, e Kelly Le Brook. Ci spiegavano che, nel linguaggio moderno, la mutanda assume anche significati metaforici: l'espressione "mutanda in testa" indica il legame tra due componenti di una coppia (parlavano della Brambilla e del premier) che comporta «l'impossibilità da parte di uno dei due compiere azioni non gradite all'altro». Disquisivano coltissimi. E mentre parlavano il nostro umile pensiero correva - chissà perché- sul colore incerto delle mutande di Sandro Bondi...
Francesco SpecchiaUltimo aggiornamento ore 16:35
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