5/12/2007

Frizzi, le ragadi anali...

Telebestiario di Francesco Specchia

Ecco la vera tv del dolore. Il tono è tragico, il pathos da teatro di Ibsen: «Non l’ho mai detto in questi quindici anni. Così confesso, anche se a parlarne mi risulta ancora mortificante...». E uno subito s’incupisce: ohibò, qual è l’oscuro segreto che Fabrizio Frizzi rivela al mensile “Ok Salute” in edicola? Che cosa ha increspato il sorriso del Frizzolone, un po’ da Forrest Gump dei Parioli? Cosa ne ha scosso l’anima? Un figlio segreto, un amore adulterino, una trombatura in Rai? E Fabrizio sussurra: «...quel dolore, vi giuro, bruciante, insistente non me lo sono più scordato. Sei mesi di torture...».

E uno, qui, s’arrovella: miodio, cosa può esserci di tanto attanagliante? Un lutto, Guardì che ti taglia le gomme dell’auto, gli alimenti a Rita Dalla Chiesa? E Fabrizio «..All’inizio penso alle emorroidi». Le emorroidi? «...all’inizio». Solo all’inizio. «... Invece erano ragadi anali». Le ragadi. Ecco, disvelato l’ultimo tabù della tivvù, altro che intercettazioni, altro che Vallettopoli , altro che stipendi d’oro. Frizzi non lavorava bene in video per via di una “ferita nella mucosa del canale anale...” formatasi nel ’92, «in un estate triste perchè vennero uccisi Falcone e Borsellino» confidano, al giornale, sia lo stesso Frizzi, sia Luigi Masoni il medico che lo operò.

Ed ecco, dunque il medico discettare con dovizia di particolari sulla necessità di un’alimentazione ricca di fibre, sui fattori di rischio “nella zona ano-pelvica” e su un palloncino miracoloso utilizzato per fini inimmaginabili perfino nei romanzi di Melissa P. Un racconto crudo, angoscioso. Finchè un’ altra notizia sguscia per l’avido lettore.

Per combattere le ragadi Frizzi fece crioterapia «in pratica si infila un dito di azoto congelato proprio lì dietro». Pare quasi una metafora. Un dito freddo come il sorriso di D’Alema che invade il più intimo degli spazi. Un’immagine degna della scatologica narrativa di Johnathan Swift nel 700, dove feci, caccole e fluidi biologici rinvigorivano l’attacco satirico al potere. E uno, ammirato, pensa: che coraggio ’sto Frizzi nel narrare l’inenarrabile.

E Frizzi, indomito, continua: «A Scommettiamo Che, un giorno mi si si presenta un bambino di dieci anni, convinto di indovinare una favola solo con 5 parole tirate a sorte. Il gioco prevede che mi sieda su una sedia di legno, poi la fitta». E, lì, uno visualizza l’epos. Il bimbo secchione e grassottello preso a fiocinate, e lo sguardo di dolore del Frizzolone. E il dito d’azoto. Poi Frizzi ha la catarsi: « Alla fine mi operai e dopo piansi e risi di gioia». E, divorato il pezzo di Ok salute, ecco che uno capisce. Che, quando si dice “in tv ci vuole soprattutto culo”, l’interpretazione letterale è, stranamente, la più autentica...

Francesco Specchia