Donelli e la crisi dei reality
Il telebestiario di Francesco Specchia
C’è una sorta di nemesi storica, o di vendetta del Fato, o di fio pagato a rate, nel crollo dei reality show che farciscono questo scorcio di palinsesto. Non che sia un male, occhio. Fosse per noi –lo confessiamo- tutti i reality della tivù italiana andrebbero spalmati di napalm, e avvolti in un rogo purificatore. Ma noi fummo costretti, in giovine età, nel 2000, da un impietoso Vittorio Feltri a ciucciarci l’intera edizione del primo Grande Fratello, ogni giorno per 12 ore al giorno (e a scriverne, per giunta); e di ciò la nostra torpida coscienza potrebbe aver risentito.
Eppure. Eppure se un ottimo Doctor House batte un Bonolis in regressione come la sua nuova pettinatura; se L’isola dei famosi rimpiange gli spettatori di Albano(che è un po’ come dire che l’Udc rimpiange De Mita, Raidue Antonio Socci, Raiuno Maria Monsè); se la De Filippi deve strizzare Unan1mous in fretta e furia; se perfino la più narcotizzante edizione di Miss Italia condotta da Carlo Conti surclassa i circensi vip di Barbara D’Urso; bè, se accade tutto questo, forse bisogna ammettere che qualcuno ha cannato la programmazione. Non qualcuno. Quasi tutti. Ha ragione Antonio Dippolina su Repubblica: “cento, o duecento indizi fanno una prova: il pubblico rifiuta molto più di prima di essere imboccato a viva forza”. E i reality – non c’è nulla da fare- imbocca.
Soprattutto ce ne tanti, troppi; una galassia, tra terrestre e satellite. Ci sono più reality nel firmamento, caro Orazio, di quante edizioni SkyTg24 possa produrre con la sua filosofia. Dispiace per gli amici smanettatori di blog e appassionati fans dei figli del Grande Fratello; ma il reality, in voga sin dai tempi del Panopticom di Jeremy Bentham, nel ‘700 (il grande carcere circolare e trasparente sotto eterno controllo) ha esaurito la sua carica. Non è più eversivo, non emoziona, non rende più il voyeurismo l’ultima frontiera. La Ventura e Ceccherini nel rito tribale della noce di cocco; e la D’Urso coi suoi decollétte in posa basculante a trequarti come la Lilli Gruber ai tempi del Tg; e l’Alba Parietti spaesata tra le vacche pezzate di Wild West (abbiamo capito perché non funziona: un western senza duelli e senza indiani non è un western): tutto, tutto dà l’idea di una liturgia ritrita.
Ecco perché gli spettatori “cercano rifugio ovunque”: nei vecchi film di Sordi, in Floris, in Lost e perfino nelle inchieste lesbiche di La7 (che meritano un telebestiario a sé). Siamo soffocati dal reality, che, da oggi, diventa il triste sudario d’una salma in putrefazione: il prodotto televisivo. E non se ne abbiano a male il buon Fosco Gasperi e tutti gli autori della materia. A proposito di prodotti e contenuti. E’ notizia dell’ultim’ora il passaggio di Giovanni Modina ai contenuti Mediaset e l’arrivo, al suo posto, alla direzione di Canale 5 di Massimone Donelli. Massimo Donelli avrà il difficile compito di riformare una rete in caduta e usata da punching ball dalla Rai (soprattutto dalla Rai delle fiction, quella di Saccà). Donelli, ex direttore di Sorrisi e Canzoni, è un giornalista con attributi abnormi e un culo di pietra (capacità di inchiodarsi alla sedia e non scollarsi per 24 ore, finché il problema non è risolto) che ha del taumaturgico. A parte il suo lato anatomico è uno che ha traversato allegramente tutti i territori delle comunicazione e non ha mai perso la bussola (magari l’ha fatta perdere ad altri).
Donelli è pure uno dei migliori esperti di tv (e di Genoa) in circolazione ed è considerato “l’uomo dei miracoli”, il Wolf di Pulp Fiction applicato all’editoria, la qual cosa non guasta. A parte questo, è un amico. Vederlo assettarsi, ringhiare e rimboccarsi le maniche, è anche questo –per chi lo conosce- un rito antico. In bocca la lupo.
Francesco Specchia

