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Mark Ronson: "Senza Amy Winehouse la mia carriera non sarebbe stata la stessa"

Il produttore inglese è da settimane al numero uno delle classifiche con il suo singolo "Uptown Funk", realizzato con Bruno Mars. Tgcom24 lo ha incontrato

- Un brit award, 15 milioni di streaming e un disco di platino anche in Italia. "Uptown Funk", il singolo tratto da "Uptown Special", il nuovo album di Mark Ronson, sta raccogliendo da mesi riconoscimenti e numeri da record. Il suo è un album fortemente ispirato alla musica funk degli anni 70. "Era la musica che andava nei club della New York anni 90 - spiega a Tgcom24 -. L'incontro che mi ha cambiato la vita? Quello con Amy Winehouse".

    Deejay e produttore. Ma anche chitarrista talentuoso e autore di grandi hit. Mark Ronson è diventato popolare come l'uomo che ha creato il fenomeno Amy Winehouse, avendo prodotto "Back To Black" (ed essendo co-autore della titlte track). E anche per questo la gente è abituata a pensarlo in quella veste. E così, nonostante "Uptown Special" sia il suo quarto album, per molti vedere il suo nome direttamente associato a un singolo di grande successo è una novità. "Uptown Funk" è da settimane il singolo più trasmesso dalle radio italiane, certificato disco di platino. Ma è solo la ciliegina di un album che, oltre a quella con Bruno Mars, contiene collaborazioni con artisti come Stevie Wonder, Andrew Wyatt, Kevin Parker, Mystikal, Keyone Starr e Jeff Bhasker, senza contare che i testi sono stati affidati a Michael Chabon, vincitore del premio Pulitzer e del premio letterario Fernanda Pivano. 

    Hai vinto da poco un Brit Award ma forse il riconoscimento più significativo sono gli oltre 15 milioni di streaming del brano.

    Sì, è una cosa incredibile. Sono numeri che mi sembrano ancora adesso surreali. Anche nei miei sogni più dorati non avrei potuto immaginare una cosa del genere.

    Questo è un album che sembra fatto per far ballare la gente. Però c'è grande attenzione sui testi. Come combini le due cose?
    Sono un deejay e i miei primi amori sono stati il funk e l'hip hop e quindi l'idea di far muovere la gente è sempre presente nella mia testa. Ma la ragione per cui ho contattato Chabon chiedendogli di scrivere i testi è perché volevo qualcuno capace di combinare il ritmo con temi importanti. Ci sono molti bravi autori di testi in gruppi indie, come gli Arctic Monkeys, ma è più difficile trovare questa qualità in musica pensata per ballare.

    Hai detto che l'album è ispirato alla musica della scena newyorchese di fine anni 90. Cosa c'era di così speciale in quegli anni?
    Beh, c'è un importante fattore personale, perché in quel periodo ho iniziato a fare il deejay in club hip hop ed è naturale romanticizzare i ricordi legati a quando si è iniziato qualcosa di importante. Probabilmente non è stato il migliore dei periodi, ma è stato speciale per me.

    E su un piano più generale?
    Erano anni in cui la gente andava nei club davvero per ballare e non tanto per avere un tavolo nell'area vip: si buttavano in pista e vi stavano tutta la notte. E poi c'era anche più attenzione alle musica. Adesso la regola è 'una strofa-un ritornello' e si passa alla canzone seguente, mentre all'epoca si passavano anche brani interi di sette minuti.

    Sei passato dal soul anni 60 con Amy al synthpop del precedente album "Record Collection", al funk degli anni 70. Il tuo obiettivo è riportare in chiave moderna il meglio della musica del passato?
    Il mio non è certo un piano prestabilito, scrivo le cose che mi piacciono, e mi rifaccio ai sound che mi hanno affascinato nel corso della mia vita. In realtà l'unico obiettivo che ho è quello di realizzare qualcosa di divertente per chi ascolta.

    Come cambia il tuo metodo di lavoro da quando produci altri a quando lavori sulla tua musica?
    Quando produco la musica di altri artisti faccio in modo di supportarli per esprimere al meglio la loro visione della musica. Può capitare che sia convinto di avere un'idea particolarmente buona per un brano ma nel complesso cerco di non prevalere. Quando si tratta della mia musica è tutta un'altra cosa. La gente entra nel tuo mondo, almeno per una canzone o due. 

    Ci sono molti ospiti in "Uptown Special". Di solito li scegli in base alle canzoni che hai o le canzoni nascono dopo dalla vostra collaborazione?
    In genere ho delle canzoni e inizio a pensare quali potrebbero essere le persone giuste per farle rendere al meglio. Ogni tanto però può capitare che un brano nasca dall'interazione con un altro artista. Per esempio "Uptown Funk" è nato da un groove sul quale abbiamo iniziato a lavorare io e Bruno. Lui aveva delle grandi idee e le abbiamo fatte fruttare.

    Cosa pensi abbia fatto così presa sulla gente in quella canzone?
    Non ne ho davvero idea, se lo sapessi avrei trovato il segreto del successo. Di sicuro c'è il fatto che abbiamo lavorato molto duramente, per quasi sette mesi.
     
    C'è una collaborazione che ha cambiato la tua carriera?
    Non ho dubbi sul fatto che il momento decisivo nella mia vita sia stato quando ho incontrato Amy Winehouse. Abbiamo iniziato a lavorare insieme e abbiamo scritto il demo di quasi tutto "Back To Black" in cinque giorni: c'era un'alchimia incredibile tra di noi. La gente ha iniziato a conoscermi allora e anche Bruno ha deciso che voleva lavorare con me dopo aver sentito quel disco.

    Nei mesi scorsi sei tornato a lavorare con i Duran Duran. Dopo "All You Need Is Now" produrrai anche il nuovo album?
    In realtà ho scritto, prodotto e suonato solo alcuni brani con Nile Rodgers, non l'intero lavoro. A livello di sound credo siano grandiosi, perché sono esattamente quello che ciascun fan vorrebbe dai Duran e Nile Rodgers quando lavorano insieme, quella chimica che si sentiva in "The Reflex" e "Notorious". 

    Il film è tratto dall'autobiografia di Mark Schultz (, fratello di Dave, anch'esso campione olimpico nel 1984 a Los Angeles. Nel 1988 vennero entrambi contattati dal milionario John Du Pont (nel film interpretato da Carell) per entrare a far parte di una squadra di lottatori da lui messa in piedi, per l'appunto la Foxcatcher.

    Il film di Miller non ricostruisce solo le fasi di una realmente accaduta, limitandosi al biografismo, ma entra a fondo nella psicologia dei personaggi, mostrando fragilità e debolezze di atleti solo all'apparenza invincibili.

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