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I Depeche Mode conquistano San Siro con uno spettacolo in crescendo

Seconda tappa italiana per il tour della band inglese. Tgcom24 cʼera

E' finita in trionfo anche la seconda tappa italiana del "Global Spirit Tour" dei Depeche Mode che, dopo l'Olimpico di Roma, hanno conquistato San Siro e Milano. Uno show non facile, che decolla dalla metà in poi, in cui Dave Gahan recita come sempre la parte del mattatore, dimostrandosi uno dei più dotati frontman della scena poprock. Si replica per un'ultima volta il 29 giugno a Bologna, poi toccherà al tour invernale nei palazzetti.

Depeche Mode, trionfo a Milano

Quella che si trovano gli spettatori accorsi nel catino milanese è la serata perfetta, dove la brezza spazza via l’afa degli ultimi giorni e anche le minacce di piogge. Le note di "Revolution" dei Beatles, che fa da intro, partono che il cielo è ancora chiaro, seguite dal martellante remix di “Cover Me”. Tutto preludio a “Going Backwards”, vera apertura del concerto, con una batteria che rispetto alla versione in studio, alza l’impatto di parecchi decibel.

L’impianto scenografico, rispetto ad alcuni tour monstre in arrivo a breve, dai Coldplay agli U2, è al limite dello scarno, tutto basato su tre schermi su cui scorrono le immagini ideate da Anton Corbijn, e qualche gioco di luci. Su “So Much Love” gli schermi rimandano per tutto il tempo un video del trio impegnato a cantare il pezzo, con lo strano effetto di trovarsi ad assistere a un enorme videoclip perdendo contato su quanto accade sul palco. Il primo tuffo nel passato è con “Barrel Of A Gun”: qui spicca ancora il lavoro di Christian Eigner, la cui batteria a dispetto del simbolo della pace sulla cassa è una vera macchina da guerra (a volte sin troppo, con un mix che nel corso del concerto la rende persino invadente), e la chiusura con la citazione "The Message" di Grandmaster Flash. Un salto indietro ai tempi di “Playing The Angel”, con una robusta versione di “A Pain That I”m Used To” per poi fare un passetto avanti con con “Corrupt”. Il video del passo a due che scorre sugli schermi in appoggio a “In Your Room” fa un po' l'effetto “quadro di Peparini” e il poco feeling trasmesso è testimoniato da una temperatura in platea prossima allo zero. Temperatura che si rialza con “World In My Eyes” e la pinkfloydiana “Cover Me”, che si dimostra anche live una delle migliori canzoni dell’ultimo album.

Gahan si dà come sempre un gran da fare, istrionico e carismatico, non si risparmia. L'occasione per tirare il fiato gli viene data dall’intermezzo acustico lasciato a Martin Gore che interpreta prima “A Question Of Lust” e poi “Home”. Gahan rientra giusto in tempo per “guidare” il pubblico che intona il finale del pezzo in uno dei momenti più suggestivi della serata, che contribuisce ad alzare una tensione fin qui a corrente alternata. Ancora “Spirit” sugli scudi con “Poison Heart” prima e “Where’s The Revolution?” subito dopo. “Wrong” trascina ma ci vuole “Everything Counts”, al minuto 81, per far esplodere davvero tutto lo stadio. Da qui lo spettacolo svolta ed è tutto in discesa: prima con “Stripped”, tornata in scaletta dopo anni di assenza, e poi con una versione dilatata di “Enjoy The Silence” e “Never Let Me Down Again”, che chiudono il set ufficiale in gloria.

I bis si aprono ancora con Gore da solo per una toccante “Somebody” che prepara il terreno per una rovente “Walking In My Shoes” leggermente rivisitata nell’arrangiamento, come molti altri pezzi della serata. L'omaggio a David Bowie è un altro degli highlight della serata: davanti a un’enorme bandiera nera sventolante scorre una morbida versione di “Heroes”, che Gahan interpreta con mirabile misura. Chiusura da ko con l'uno-due “I Feel You”-“Personal Jesus

Coerenti con un disco come "Spirit", i Depeche Mode hanno confezionato uno show di non facile impatto, con una scaletta che indugia nelle hit solo nella seconda metà pescando per larghi tratti dai momenti più ostici del gruppo (in qualche caso da quelli più fiacchi). Ne risulta una prima parte dal ritmo altalenante, che in uno spazio ampio come uno stadio, con un'acustica peggiore di tante altre volte, rende difficile la carburazione del pubblico. L'impressione quindi è che nel tour indoor invernale, con magari qualche correttivo, l'impatto sarà complessivamente migliore. Resta la bravura di una band (spesso al servizio di Gahan) ormai assurta allo status di classico e un pugno di brani che saprebbero rianimare chiunque. Lo spirito globale, in fondo, pulsa forte.

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