4/12/2008

Marco Pernich, teatro senza prezzo

Nuovo spettacolo per Studio Novecento

Un teatro segreto e segregato, dove non c'è più pubblico, gli attori provano e riprovano, ma solo per se stessi. La loro stessa identità è ambigua: saranno davvero attori oppure dei semplici reietti, che hanno trovato in uno stabile abbandonato un ricovero sotto la protezione di un fantomatico ex-regista? Là fuori, il mondo dei "normali", con le sue regole spietate, la legge del mercato, i centri commerciali che avanzano con buona pace dell'arte e della cultura. Sì, quella cultura che negli anni caldi della contestazione non si voleva più relegata alla sfera dei pochi, ma che si auspicava accessibile a tutti.

Missione fallita, si direbbe. Almeno considerando la misera sorte di questi interpreti, visibilmente nevrotici, costretti nell'oscurità catacombale di questo non-luogo teatrale dove i copioni sono destinati a restare lettera morta. E' l'atmosfera che scaturisce da "Il prezzo delle cose che non hanno prezzo", lo spettacolo di Marco M. Pernich che ha debuttato nei giorni scorsi a Milano. Il lavoro, che ha siglato i dieci anni di Ciessevi (il centro di servizio per il volontariato per la provincia di Milano), è una bella riflessione sul senso che può avere, oggi, la scelta di dedicarsi agli altri, al di là delle logiche imperanti dell'interesse; ma anche uno stimolante spunto per ragionare sullo stato di salute/malattia del teatro contemporaneo. Un teatro che troppo spesso appare autoreferenziale, che si parla addosso, esiste soltanto per gli addetti ai lavori e non è capace di guardare fuori. Nell'oscurità del teatro-prigione le parole perdono di senso, finché non irrompe una figura che porta una ventata di vita. E' una ragazza, che un po' per volontà e un po' per caso ha scelto di fare volontariato e si occupa di un vecchio, tanto enigmatico quanto il già citato ex-regista.

E forse non è una coincidenza che, fra le due figure, emergano comunanze insospettate. Un passato di amicizia, poi risoltosi in una inevitabile separazione. Da una parte il vecchio, che ha impostato tutta la sua vita sul calcolo, l'efficienza, la legge del profitto, la razionalità; dall'altra, l'uomo di teatro, uno che voleva cambiare il mondo, che viveva di ideali, di sogni, di bellezza. I due non sono materialmente presenti in scena, se non nell'interpretazione che ne fanno gli attori: probabilmente, viene da pensare, non esistono se non nelle loro menti. Il vecchio e l'artista, in fondo, sono soltanto dei simboli, degli archetipi di due modi di vivere e pensare apparentemente inconciliabili: mente e cuore, profitto e cultura, calcolo e istinto. Lo spettacolo (in replica a febbraio presso lo Spazio teatro 89 di Milano) non dà risposte, soltanto suggestioni. Ma apre uno spiraglio affinché su questo teatro del buio e della dimenticanza passi un raggio di luce che illumini strade diverse, per un palcoscenico più vicino alle persone. E al mondo che sta là fuori.

Francesco Pederielli