Munich e i dubbi di Spielberg
Presentato a Roma "Munich"
Il nuovo film di Steven Spielberg, "Munich", è stato presentato a Roma in prima nazionale. La pellicola, che uscirà nelle sale il 27 gennaio in coincidenza con la Giornata della Memoria, getta luce sui retroscena dell'azione compiuta dai servizi segreti israeliani che, nel primi anni Settanta, eliminarono alcuni dei terroristi palestinesi responsabili della strage di undici atleti israeliani nella città bavarese, in occasione delle Olimpiadi.

Ha fatto fare un passo avanti alla pace giustiziare gli assassini? Questa la domanda che emerge in modo forte alla fine di questo film straordinario, che vede il suo interprete principale in Eric Bana nei panni di Avner, l'agente del Mossad che guidò la squadra incaricata di vendicare l'eccidio. Dopo aver giustiziato nove di quegli undici terroristi, il protagonista sembra smarrire la certezza dell'utilità di questa azione voluta con fermezza dall'ex premier israeliano Golda Meir (Lynn Cohen). "Vengeance", così si chiama in inglese il libro di George Jonas da cui è tratto il film: ma forse la vendetta non è l'unica strada per fermare la piaga del terrorismo. Almeno, è questo il dubbio che attanaglia l'agente segreto che si trova a guidare una squadra anomala composta da uomini, lontani da casa e dalla famiglia, che operano al di fuori di ogni legge ma che saranno travolti da interrogativivi come "chi stiamo uccidendo esattamente? E' giusta la rappresaglia? E, in seguito, ha avuto successo o meno al di là dell'obiettivo immediato?".

Cinque gli uomini incaricati della missione, compreso Avner, con indole e comportamenti diversi: il baldanzoso Steve (Daniel Craig, prossimo 007), il taciturno Carl (Ciaran Hinds), il titubante Robert (Mathieu Kassovitz), il quieto Hans (Hanns Zischler). Spielberg mette quasi costantemente israeliani e palestinesi in rapporto, quasi a sottolineare lo stesso destino: lo fa mostrando gli errori degli uni e degli altri, la quotidianità, l'umanità, e forse l'inesorabilità della convivenza. Li fa parlare direttamente, quando la squadra israeliana divide la stessa "casa sicura" ad Atene con un commando palestinese che ne ignora la vera identità. Avner e Alì, cosi si chiama il fedayin che sarà poi ucciso, difendono le proprie ragioni parlando sulle scale.

I dubbi che assillano Avner e i suoi uomini non saranno compresi: Ephraim (Geoffrey Rush), il controllore della squadra, rifiuterà alla fine, in una New York livida dove l'ex agente si è rifugiato con la famiglia, di andare a cena con Avner. E lo farà dopo i "no" che ripetutamente Avner avrà opposto alle insistenti richieste di tornare nel suo paese, riprendere servizio e continuare a difendere Israele. Non sarà compreso dalla madre di Avner (Gila Almagor) che difenderà il "diritto" della risposta israeliana e gli ricorderà che "finalmente gli ebrei hanno un posto sulla terra". Sarà invece la moglie di Avner, Daphna (Ayelet Zorer), a capire Avner: ed è la notte d'amore con lei che permette all'agente del Mossad di rivivere e liberarsi in parte del ricordo e della morte di tre dei suoi compagni. Ma, alla fine, resterà l'interrogativo sulla strada giusta da percorrere per battere il terrore e per raggiungere quella convivenza che ancora oggi stenta ad instaurarsi, affermando il diritto di Isreale ad esistere e, finalmente, la pace in Medio Oriente.
