A distanza di 26 anni dalla cessione, Angelo Rizzoli vuole riappropiarsi del Corriere della Sera. E non solo. Assolto dalla Cassazione da tutti i capi di imputazione, chiede un risarcimento di 650 milioni di euro. Una cifra, spiega, stimata dai suoi legali "che hanno calcolato il valore della azioni di allora, lo hanno attualizzato con le varie rivalutazioni e hanno quantificato il danno". Adesso, aggiunge agguerrito, "è il momento di farla pagare a tutti i responsabili".

La storia
Angelo Rizzoli, il fondatore della casa editrice, nasce povero. Fonda una piccolla tipografia che alla fine degli anni 50 è diventata una casa editrice tra le più importanti in Italia. La tiratura dei periodici Rizzoli sfiora quota tre milioni. E poi i grandi marchi di successo: Novella, con cui parte la fortuna nel 1919 e che negli anni diventerà 2000, Oggi, che per lungo tempo si voleva fare quotidiano, l’Europeo, Candido, Sorrisi e Canzoni e tanti altri. Il tocco di Angelo sembra d’oro. Mai un debito, mai una cambiale, mai un prestito.
Il Corriere della Sera
Un quotidiano è sempre mancato alla Rizzoli. E anche Angelo ne sentiva il vuoto. All’inizio degli anni ’60 si mette in contatto con i Crespi, allora proprietari del Corriere della Sera. L’idea era piuttosto ambiziosa: mettere insieme i periodici Rizzoli e il quotidiano di via Solferino e realizzare un cartello sulla raccolta pubblicitaria. Ma il sogno del quotidiano, nonostante tentativi falliti, non decollò. Quando nel 1970 Angelo (il Cummenda) muore lascerà agli eredi un patrimonio valutato cento miliardi di lire, zero debiti, due pagine del Corriere zeppe di necrologi, ma nessun quotidiano. Si dovrà apsettare il 1974 e l'avvento di altri protagoniosti della famiglia, per realizzare il sogno che aveva il Cummenda. Andrea e Angelone (padre e figlio) entano in campo. Andrea comanda in azienda così come il padre, con un piglio da monarca. Suo figlio Angelo, a 28 anni, è già il delfino designato e viene nominato amministratore delegato.All’epoca dell’acquisto del Corsera, il gruppo impegnava circa 5mila dipendenti, realizzava una sessantina di miliardi di fatturato, e circa sei di utili: aveva un quinto del mercato dei periodici e circa il 10 per cento dei libri. Ma iniziarono anche i primi debiti: a tre anni dalla morte del Cummenda c'era uno scoperto di una ventina di milardi. Andrea inoltre è tutto preso dal suo nuovo e appassionante amore con Ljuba Rosa e il suo cuore fa le bizze: nei momenti clou delle trattative viene ricoverato in gravi, gravissime condizioni in ospedale. I Crespi non sono più soci unici, ma comandano, e hanno diritto di vita e di morte sul quotidiano. Con quote paritetiche nel capitale (ciascuno ha il 33 per cento) ci sono anche i Moratti e gli Agnelli, come semplici soci finanziatori.
È da qui che parte l’attacco dei Rizzoli. All’epoca il Corriere era già pieno di debiti, con i conti in rosso, e con un sindacato che comandava. In Rizzoli il ’68 non era ancora arrivato, in via Solferino invece c’erano Ottone, Fiengo e i comitati di fabbrica. Montanelli li aveva anche invitati, senza successo, a diventare editori del suo Giornale. Ma niente da fare. I primi a cadere saranno dunque i Moratti e gli Agnelli, a quel punto sono costretti a cedere anche i Crespi. Il primo assegno da 27 miliardi di lire, a metà luglio del 1974, viene staccato a favore di Giulia Maria Crespi. La sua è la quota con diritti assoluti, è quella a cui lo statuto riconosce di fatto la conduzione unica ed esclusiva dell’azienda. Ma Andrea Rizzoli va avanti, dopo pochi giorni si porta a casa anche il 33 per cento dei Moratti per 14 miliardi: il Corriere è vinto. Con il 66 per cento del capitale e la quota ex Crespi, a questo punto non ci sarebbe più bisogno della fetta Agnelli. E qui si commette il primo grande errore di ingordigia. Nonostante una parte della famiglia non volesse, la Rizzoli si impegna a comprare anche la quota Agnelli.
L’annuncio della cessione per 13 miliardi è fatto subito, ma il pagamento sarà dilazionato a tre anni: nel 1977. Il saldo finale sarà vicino ai 100 miliardi. Molto più del previsto. Ma soprattutto molto peggio del previsto saranno le condizioni di salute del quotidiano. I Rizzoli lo comprarono al buio, e nel primo anno le perdite previste in 4 miliardi si rivelarono quattro volte tanto. A soli 5 anni dalla morte del Cummenda gli eredi violano il caposaldo della sua filosofia: si riempiono di debiti, ne hanno più di cento miliardi. In compenso hanno una casa editrice molto più influente, politicamente preziosa, diecimila dipendenti, un quinto del mercato dei quotidiani, quasi la metà di quello dei periodici e il 10 per cento di quello dei libri.

Ultimo aggiornamento ore 12:46
