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28/8/2006

"Voto i Pacs solo lo chiede la Cei"

Lettera di Cossiga al Riformista

Caro Direttore, ho letto con l'attenzione e il rispetto che egli merita, in particolare da me come da "fucino" ad un suo antico presidente, l'esponente più importante del mondo cattolico politico, le dichiarazioni rese sul problema dei così detti Pacs, prevedendo che contro la loro approvazione si schiererà la maggioranza dei senatori a vita, da Giulio Andreotti al Meeting dei Popoli di Rimini, massima manifestazione nazionale del movimento ecclesiale di Comunione e liberazione del quale egli può a giusta ragione considerarsi il più grande amico e il più grande «protettore laico» nel mondo politico e in generale nel laicato cattolico.

Ma Andreotti è pure il più devoto servitore laico della Santa Sede, e non solo del suo insegnamento ma anche della sua politica ecclesiastica, come dimostrano le sue recenti prese di posizione critiche nei confronti d'Israele e a favore del movimento palestinese. Dunque, di fronte a tanto autorevole presa di posizione, io che non sono certamente un uomo di governo e neanche non dico il più importante, ma nemmeno un particolarmente importante esponente del mondo cattolico politico, ma che cattolico sono e anche senatore a vita, credo mio dovere chiarire la mia posizione. Non credo che almeno per il momento il centrosinistra - a favore del cui governo, pur non facendo io parte organica della sua maggioranza politica, ho votato - abbia intenzione di proporre i Pacs, ma solo di attuare coerentemente con il suo pluralismo ideologico, politico e religioso il punto del Programma dell'Unione che prevede soltanto «una disciplina dei diritti, prerogative e facoltà delle persone che convivono in unioni di fatto senza alcuna discriminazione relativa agli orientamenti sessuali dei soggetti interessati», e cioè anche se i conviventi siano dello stesso sesso, come soluzione di un delicato problema al quale sembra aver dato il via la gerarchia cattolica italiana, come dichiarato a suo tempo in un suo lucido editoriale dal quotidiano L'Avvenire, organo ufficiale della Conferenza episcopale italiana.

 Quindi naturalmente, confortato anche da quello che mi sembra essere il giudizio positivo della Chiesa d'Italia, io voterò a favore di questa disciplina. Se poi nel centrosinistra, come è altamente probabile e non solo possibile, non vi sarà l'intesa su questa formula minimalista di soluzione al problema delle unioni di fatto, fenomeno di massa delle moderne società, quella italiana compresa, che si è trovata, proprio perché minimalista, in sede d'approvazione del programma elettorale, e sarà presentato un progetto di legge che proponga l'introduzione pura e semplice dei Pacs alla francese - non l'introduzione del matrimonio anche tra non eterosessuali alla spagnola - io, ritenendo in coscienza che anche da unioni di fatto tra non eterosessuali possano sorgere obbligazioni naturali e simmetrici diritti, degni di tutela da parte dell'ordinamento civile, salva la esclusività della disciplina del matrimonio tradizionale e cioè tra uomo e donna, voterò a favore. Anche in applicazione, soprattutto in sede politica. e parlamentare, di quel principio universale di morale che è quello del «male minore», la cui applicazione è prevista anche dalla Nota dottrinale della Congregazione della dottrina della fede sull'impegno dei cattolici nella vita politica. Voterò a favore, salvo che la Conferenza episcopale italiana o il mio vescovo diocesiano, che è il vescovo di Roma, non si pronunzi espressa mente sul caso concreto, dato che l'appello al principio del «male minore» implica proprio un'eccezione in una specifica circostanza all'applicazione di un principio morale generale e astratto, e la sua applicazione è lasciata alla coscienza individuale del politico cattolico (una manna per me «cattolico liberale»!): salvo, naturalmente, diversa prescrizione, non generale e astratta, ma specifica e concreta, da parte della Conferenza episcopale italiana o del mio vescovo diocesano (non basterebbe certo un editoriale o un corsivo redazionale dell'Avvenire o anche dell'Osservatore Romano!). Di fronte a un particolare, espresso e chiaro intervento vincolante in relazione al caso concreto, non avendo in materia di teologia morale ed ecclesiale e di etica naturale una preparazione tale che mi possa far ritenere di possedere una coscienza così «informata e formata» che io possa appellarmi al «primato della coscienza» per obiettare a una concreta prescrizione della gerarchia, io, cattolico e cattolico-liberale, se questo sarà il giudizio prescrittivo della Chiesa, voterò contro i Pacs, e perfino contro la soluzione minimalista proposta nel Programma dell'Unione: anche in conflitto con quelle che io possa ritenere le mie giuste convinzioni frutto personale della sola mia ragione, ben sapendo che essa è ferita dal peccato originale, anche se in misura minore di quello che ritiene la teologia fideistica protestante e in particolare quella calvinista.

Questa la mia posizione di parlamentare cattolico, ancorché «cattolico liberale», di senatore di diritto, democratico cristiano indipendente del Gruppo misto del Senato della Repubblica. Con amicizia.