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22.9.2010

Parto in casa, cresce il desiderio

Ma lo fa una donna su mille

Dare alla luce il proprio bambino nel letto di casa, tra le persone più care, senza le imposizioni e le rigidità dell'ambiente ospedaliero. Cresce tra le italiane questo desiderio "antico", raccontato anche in una recente pubblicazione della giornalista Elisabetta Malvagna sono circa due su cento le italiane attratte  dall'idea del parto in casa, ma solo una su mille riesce a trasformarla in realtà. Molto spesso, infatti, questa opzione viene snobbata perché considerata anacronistica e forse anche pericolosa, anche se - a dette delle ostetriche - da un punto di vista scientifico per una gestante sana le controindicazioni sono poche. E' la fotografia su scala nazionale dei parti in casa, scattata da Marta Campiotti, presidente dell'Associazione nazionale culturale ostetriche parto a domicilio
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"Sempre più donne si rivolgono alla nostra associazione chiedendo informazioni a riguardo. Soprattutto dopo gli ultimi casi di presunta malasanità in sala parto. Magari per reazione emotiva, e anche perché il concetto di sicurezza sta finalmente cambiando". Il desiderio di partorire in casa, però, il più delle volte finisce per infrangersi contro un muro di difficoltà, tanto  da scoraggiare la futura mamma.  Molte volte però è un problema di cattiva informazione.  Spiega Campiotti: "Spesso la donna che ha questo profondo desiderio si rivolge al ginecologo o al medico di famiglia e questi la indirizzano verso il parto in ospedale. Che certamente, è bene precisarlo, rimane il punto di riferimento principale". Ma non l'unico, aggiunge l'esperta: "Per una gestante sana, per una gravidanza che non presenta nessuna complicazione il parto a domicilio è sicuro quanto quello in ospedale".

L'importante è che ci siano tre condizioni: una selezione accurata della paziente che può partorire in questo modo, la presenza dell'ostetrica e la vicinanza (non oltre 30 minuti dall'abitazione) con un ospedale in grado di gestire una qualsiasi emergenza, La selezione tra chi non corre rischi con il parto in casa è quindi fondamentale. "Sono escluse, ad esempio - spiega Campiotti – le donne con pressione alta, quelle che hanno problemi di diabete nel corso della gravidanza, chi porta avanti un parto gemellare, chi è costretta a un parto prematuro o chi è stata sottoposta precedentemente a un cesareo".

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Le donne che si orientano verso il parto in casa sono spinte da una serie di motivazioni. "Dare alla luce il proprio figlio tra le mura di casa è sicuramente il modo più naturale di vivere il momento del parto. Che avviene nella più totale spontaneità e libertà di scelta. La donna - aggiunge l'esperta – si sente più sicura, ha il controllo della situazione. Senza considerare che partorendo in casa ha vicino a sé un'ostetrica di fiducia, che conosce. Inoltre ha la possibilità, una volta partorito, di non staccarsi mai dal proprio bimbo".  E ancora, durante il travaglio può assumere la posizione che preferisce, si può muovere, farsi una doccia, un bagno caldo, non essere disturbata.

Nonostante tutti questi pregi il parto in casa finisce per essere un'opzione riservata a poche. A scoraggiare è spesso il fatto che attualmente sono ancora poche le Regioni del Belpaese che lo rimborsano. "In Italia - spiega l'esperta - solo il Piemonte, l'Emilia Romagna, le Marche e le province di Trento e Trieste rimborsano questo tipo di parto. Partorire a casa ha un costo diverso a seconda della regione di residenza. La spesa si aggira intorno ai duemila euro".

L'identikit della futura mamma che sceglie questo tipo di opzione è di solito quello di una donna alla prima gravidanza, di livello scolastico alto (la maggior parte con un'istruzione universitaria), di ceto medio."Ma soprattutto - spiega Campiotti - si tratta di donne consapevoli, che fanno magari scelte di un certo tipo, come praticare lo yoga o affidarsi alla medicina omeopatica. Sono donne che considerano il parto non un atto medico, ma un atto di salute, intimo, che appartiene alla sfera emotiva. E anche - conclude - donne che hanno vissuto l'esperienza del primo parto come una violenza e che in ospedale non vogliono metterci più piede".

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