3/11/2009

Cianfrusaglie, che passione!

Mania di conservare tutto: è genetica

Compriamo un maglione nuovo con l'intenzione di sostituirne uno vecchio che non vogliamo più mettere, ma poi non riusciamo a buttarlo via; lo stesso meccanismo perverso si ripete con le scarpe, con un soprammobile e con un'infinità di altri oggetti. Alla fine ci troviamo la casa piena di cianfrusaglie di ogni genere, che creano disordine e occupano inutilmente quantità notevoli  di spazio, ma che comunque non riusciamo a decidere di buttare via.  L'esperienza è così comune da avere addirittura un nome: gli esperti la chiamano "disposofobia" o, più semplicemente, "sindrome da soffitta piena" e ci rincuorano: se ne siamo colpiti, la colpa è dei nostri antenati che ci hanno trasmesso questa seccante abitudine insieme al nostro patrimonio genetico.

Sembra infatti che questa scomoda consuetudine sia scritta nel Dna e si stima che ne soffra a livelli patologici l'1-2% della popolazione. Lo dimostra uno studio di genetica pubblicato sull'American Journal of Psychiatry: secondo il quale la malattia dell'accumulo ossessivo-compulsivo di cose inutili e l'incapacità di buttarle, dipenda in realtà da fattori genetici.  La ricerca, condotta su oltre 5000 gemelli dal team di David Mataix-Cols del King's College di Londra, ha evidenziato che, mentre le coppie di gemelli omozigoti, ossia dotati dello stesso identico Dna, condividono il disturbo in oltre un caso su due, i gemelli eterozigoti, cioè con Dna simile ma non uguale come quello di due fratelli non gemelli, non mostrano questa corrispondenza.

Il fatto di non riuscire a buttare gli oggetti vecchi può nascondere ansie e insicurezze, e mettere in luce l'incapacità di essere selettivi: in ogni caso la "sindrome della soffitta piena" può arrivare a togliere davvero il fiato perché si può arrivare a stipare la casa all'inverosimile di cose del tutto inutili. Eppure, solo all'idea di buttare qualcosa chi ne è affetto arriva a sentirsi male: la frase tipica del maniaco delle cianfrusaglie è "meglio tenerla, non si sa mai, potrebbe sempre tornare utile in futuro". E non finisce qui. Nella società informatizzata potrebbe esserci anche la versione digitale del disturbo, quando l'accumulo divora giga e giga del pc, saturando i dischi fissi di file inutili.

La soluzione viene spesso dalla psicoterapia comportamentale o anche da quella farmacologica a base di antidepressivi, ma una vera cura ad hoc non c'è. Per capire cosa porta gli individui a diventare così maniacali gli esperti britannici hanno usato la classica metodologia di indagine che consente di discernere tra le cause ambientali (educazione, abitudini in casa, comportamento degli adulti con cui si cresce, traumi), e quelle genetiche: si studiano cioè coppie di gemelli identici e diversi. I primi hanno uguale Dna per cui in generale se uno solo dei due fratelli ha una patologia si è portati a pensare che la differenza tra i due sia imputabile all'ambiente piuttosto che ai geni. I gemelli eterozigoti, invece, hanno Dna simile ma non uguale quindi, se condividono un disturbo comportamentale e psicologico è probabile che il problema sia nato "in casa", per via di situazioni simili vissute da entrambi. In questo caso, la causa sarebbe ambientale e non genetica.

Partendo da questi presupposti, i ricercatori hanno visto che la sindrome della soffitta piena è molto comune tra i gemelli identici: la probabilità è del 52%, ossia molto alta, il che significa che per metà questa sindrome è legata ai geni. Invece tra gemelli eterozigoti la sindrome ricorre tra fratelli solo nel 27% dei casi.


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