Come decide Washington
Editoriale da "Il Foglio"
Il modo di muoversi della politica americana intorno alle scelte strategiche per l'Iraq è molto interessante da osservare, anche al di fuori dei giudizi di valore sulla giustezza o meno di queste scelte. Domani avremo il testo delle conclusioni della commissione bipartisan coordinata da James Baker e Lee Hamilton. Sappiamo tutti che le cose in Europa vengono rappresentate così: Bush e la cricca dei neoconservatori hanno deciso la guerra irachena per puro spirito di potenza e inconfessabili interessi, testimoniati dalla bugia sulle armi di distruzione di massa, ora pagano il prezzo di quella follia prepotente che ha gettato il medio oriente nel caos e, passando dal finto idealismo al realismo, cominciano a porsi il problema del ritiro delle truppe sotto la spinta dei consiglieri di Bush Sr. e della sconfitta elettorale repubblicana di novembre. Ma chi conosce Washington e l'America sa che le cose stanno altrimenti.
La guerra in Iraq fu decisa praticamente all'unanimità dal Congresso degli Stati Uniti. E' vero che la Casa Bianca ha trascinato nell'impresa le istituzioni e il paese, travolgendo in modo decisionista dubbi interni agli apparati di intelligence e militari, esercitando cioè una forte leadership sulla base di una forte e legittima maggioranza, ma nessuno, salvo minoranze alla Chomsky o i pacifisti forti in Europa e deboli negli Stati Uniti, ha mai obiettato contro la prepotenza dell'amministrazione nel corso della preparazione della guerra e della sua esecuzione fino alla caduta di Saddam Hussein, e tutti i servizi americani ed europei affermavano di credere nel rischio Saddam quanto alle armi di distruzione di massa; riserve e aperte opposizioni nel sistema di alleanze dell'impero sono state combattute apertamente e alla fine superate con una coalizione ad hoc che ha reso irrilevante il ruolo delle Nazioni Unite. E' anche indubbio che in questo trascinamento, ampiamente motivato con la necessità di esportare la democrazia con la forza contro la forza tirannica di uno dei più odiosi e fuorilegge tra i regimi mediorientali, hanno avuto un peso importante i neoconservatori alleati con realisti del peso di Dick Cheney, vicepresidente eletto, e Donald Rumsfeld, l'uomo di Bush al Pentagono.
Di fronte alla imprevista durezza dell'insurrezione terrorista nel triangolo sunnita, di fronte alla difficoltà di imporre l'ordine e la sicurezza a etnie e fazioni in lotta, e nel quadro di una guerra che da subito assomigliava più a un'operazione di polizia internazionale che a una campagna di conquista territoriale; di fronte al cedimento nell'opinione pubblica americana e al rovescio elettorale di novembre, la macchina decisionista di Washington si è rimessa in moto, di dossier in dossier, di memorandum in memorandum, e sta cercando di definire quello che Stephen Hadley, consigliere per la Sicurezza nazionale, ha chiamato domenica "the way forward", una nuova direttrice di marcia. Da un anno e mezzo i democratici hanno approfittato del momento per rompere, sulla gestione della crisi irachena, l'unità nazionale originaria, e hanno segnato un punto prendendo la maggioranza in entrambe le Camere e indebolendo la Casa Bianca e il partito repubblicano. Bush ha preso atto di questo fenomeno ordinario di politica da tempi duri, ha fatto clamorosi passi indietro come il licenziamento con onore di Rumsfeld, e ora l'establishment washingtoniano sta cercando di ricucire una politica estera e di sicurezza bipartisan, partendo da idee nuove per l'Iraq, allo scopo di proteggere il cambio di regime, evitare una fuga precipitosa, e definire (come si dice oggi) i nuovi termini della vittoria sul caos, senza lasciare libero corso al ritorno della tirannia o alla creazione di una situazione favorevole al partito terrorista.
Se Bush lascerà la presidenza con un Iraq ancora in mano a un governo eletto e in via di stabilizzazione, la sua eredità verrà celebrata come positiva e ricca. L'Iraq sarà considerato come l'esatto contrario del Vietnam, dove l'unificazione armata tonchinese l'ebbe vinta per il plateale abbandono degli americani in preda a un gigantesco e ancora non ben curato senso di colpa collettivo. Da decidere, e per noi da capire, è se l'accordo nazionale americano per "the way forward" prevederà (e qui è decisivo il testo delle conclusioni della commissione Baker-HamiltonTche lavora da quasi un anno) il prezzo della stabilizzazione anche, dei regimi di Teheran e a Damasco, con la legittimazione, per alcun tempo e a certe condizioni, del ruolo di potenza regionale di questi due paesi e la rinuncia a ridisegnare per adesso la mappa del medio oriente. Se il prezzo aggiuntivo fosse l'atomica iraniana, sarebbe con ogni evidenza un totale disastro. Ma non è detto.

