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19/5/2005

Create le prime staminali "umane"

Cellule su misura per i trapianti

Create in laboratorio, grazie alla clonazione, le prime 11 linee di cellule staminali umane "su misura", con le caratteristiche genetiche di pazienti malati o vittime di incidenti. Pronte dunque, ma solo in teoria, ad essere trapiantate. Lo studio, condotto su 11 pazienti dai 2 ai 56 anni, ha sfruttato cellule umane adulte prelevate dalla pelle. La ricerca è stata "firmata" da un team di ricercatori sudcoreani.

Il team della Seoul National University spiega che la ricerca comporterà un enorme passo avanti nel velocizzare e rendere più efficiente la produzione di cellule staminali 'su misura', "e pone gli scienziati più vicini all'obiettivo di trapiantare cellule sane nell'uomo, per rimpiazzare quelle danneggiate da malattie come il Parkinson e il diabete". Insomma, dicono gli esperti Usa, si tratta di un lavoro che avrà ricadute nei laboratori di tutto il mondo, ma anche sulle legislazioni dei diversi Paesi. Il veterinario Woo Suk Hwang e il ginecologo Shin Yong Moon, componenti del gruppo di 24 ricercatori che ha 'firmato' il lavoro, sottolineano che le 11 linee cellulari prodotte non sono ancora pronte ad essere trapiantate nei pazienti. Per motivi scientifici ed etici.

Le 11 linee di cellule staminali così ottenute segnano il primo passo per studiare in laboratorio la possibilità di utilizzare in futuro questa tecnica per trasferire le cellule negli stessi pazienti dalle cui cellule sono stati ottenuti gli embrioni clonati. Ogni linea cellulare è stata ottenuta trasferendo il materiale genetico prelevato dalla cellula adulta non riproduttiva di un paziente all'interno di ovociti prelevati da donatrici volontarie e privati del loro nucleo. La tecnica, chiamata "trasferimento nucleare di cellule somatiche", ha permesso di ottenere 11 embrioni che sono stati fatti sviluppare in laboratorio fino allo stadio di blastocisti, quello in cui si forma la "sacca" che contiene le cellule staminali. 

Il gruppo coreano che ha ottenuto questo risultato è lo stesso che nel febbraio 2004 aveva ottenuto il primo embrione umano fatto sviluppare fino alla blastocisti. Allora, però, a donare cellule adulte e ovociti erano state donne volontarie sane. Questa volta le cellule adulte da cui sono stati clonati gli embrioni sono state prelevate da 11 donatori, maschi e femmine di età compresa fra 2 e 56 anni (nel caso dei minori il prelievo è stato fatto con il consenso dei genitori). Gli ovociti utilizzati nella ricerca (185 in tutto) sono stati donati da 18 volontarie.

La notizia è stata commentata positivamente dal Prof. Umberto Veronesi, noto oncologo ed ex ministro della Salute decondo il quale, la strada più intelligente per combattere certe malattie è proprio "la clonazione terapeutica che non dà luogo all'embrione, ma che va dritta all'impiego di cellule staminali. "Quando ero ministro - ricorda Veronesi - diedi vita alla commissione Dulbecco che giunse proprio a questa conclusione. Si tratta di utilizzare un nucleo maturo di una cellula prelevata da una persona che ha una determinata malattia, per creare cellule staminali personalizzate che verranno impiantate in un'ovocita. Naturalmente - sottolinea l'esperto - occorrono delle volontarie che donino gli ovuli, ma nella famiglia di una persona malata troviamo 1.000 donne disposte a farsi fare un piccolo prelievo. A quel punto l'ovocita viene fecondato con il Dna della persona malata per dar vita alle cellule staminali".

Meno ottimista, invece, il condirettore dell'Istituto di ricerca sulle cellule staminali dell'istituto San Raffaele di Milano, Angelo Vescovi, secondo il quale la scoperta rappresenta un grande progresso tecnico, ma non segna in realtà nessun avanzamento scientifico e dal punto di vista etico lascia perplessi. "Sono stati utilizzati infatti - ha spiegato Vescovi - molti meno ovociti e meno embrioni. In ogni caso le blastocisti umane sono state distrutte, ma questo è un problema di tipo etico. Adesso che si sono ottenute le cellule staminali, come si verifica che sono totalmente normali e come si certifica che non producono tumori? E nel caso in cui si dimostrassero sicure, come si possono trapiantare sui pazienti?". Secondo l'esperto non ci sono dubbi che "c'è ancora tanta strada da fare" e che la distanza che separa questo esperimento da future terapie non si è ridotta minimamente.