17/12/2009

La vocazione minoritaria

Intervista a Goffredo Fofi

L'intervista a Fofi, già nel titolo, ribalta alcune convinzioni che negli ultimi decenni sono diventate luogo comune. Quella ad esempio che l'aspirazione di ogni minoranza debba essere quella di farsi maggioranza. Leggendo invece si fa in fretta a convincersi che l'obiettivo di ogni minoranza debba essere quello di evolvere continuamente in una nuova minoranza, perché qualunque sia la scelta della maggioranza finirà per definire il campo del conformismo e dell'acquiescenza, la zona grigia, come la definisce Fofi.

 Compito della minoranza sembra invece quello di alimentare l'utopia, quello che non c'è. Dice Fofi, quel che a me interessa di più sono quelle “minoranze che chiamerei etiche: le persone che scelgono di essere minoranza, che decidono di esserlo per rispondere a un'urgenza morale” (p. 21). In queste parole traspare un'idea di democrazia come modalità per rimettere continuamente in gioco saperi e poteri acquisiti, allargare il campo delle possibilità.

L'utopia dunque non come orizzonte impossibile, ma come continua ricerca che risponde a un “moto irrazionale”. La realtà dell'uomo infatti, secondo Fofi, è mescolanza di bello e di brutto. L'uomo si è evoluto esercitando violenza sulla natura e sulle altre creature, che ha contribuito a generare una razionalità calcolatrice e opportunista. Ma la sfida delle minoranze non parte da un calcolo opportunista, quanto da un'urgenza etica che parte da un rifiuto, il “non accetto” di Aldo Capitini che Fofi cita spesso.

Non accettare, non collaborare, farsi consapevolmente élite, sono queste le linee guida dell'azione. Il rifiuto è un punto di partenza per costruire nuove possibilità da vivere nel presente: “L'obiettivo delle minoranze deve essere anche quello di costruire e vivere nuovi rapporti tra le persone, e tra le persone e le altre creature, tra le persone e la natura, rapporti liberi e vivi, ancorché dialettici, già ora, subito, in questo momento, senza rinviare niente a dopo la presa del <<potere>>” (p. 43). Per queste ragioni Fofi è molto critico con la tradizione socialista, che considerava l'utopia come il compimento di una rivoluzione che avrebbe cambiato i rapporti sociali. Ed è critico con la tradizione cattolica che addirittura rimanda la soddisfazione all'aldilà.

Costruire nuove relazioni e nuove possibilità significa innanzitutto mettere in gioco le proprie certezze, “complicità e menzogne” (p. 37) facendosi guidare dal sentimento della vergogna che rende insopportabile vivere in mezzo a tante disuguaglianze e ingiustizie e che porta a compiere una scelta individuale. La vergogna è per Fofi profondamente diversa dall'indignazione, quel sentimento “facile” che ti fa trovare un nemico contro cui lottare.

Ultimo aggiornamento ore 19:21


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