25/8/2008

Praga, (vera) rivoluzione del '68

La ricostruzione nel libro di Bettiza

La prima immagine che si coglie è quella dello spaesamento. Perché il 20 agosto del 1968, a Praga, era un giorno d’estate come tanti. Molti turisti, le famiglie che passeggiavano e si rinfrescavano nei parchi. Non si poteva, allora, immaginare che dopo poche ore sarebbero arrivati i carri armati sovietici. E’ dunque con questa immagine evocativa che si apre il libro del giornalista Enzo Bettiza “La primavera di Praga”, sottotitolato “1968. La rivoluzione dimenticata”, edito da Mondadori.

Era la definitiva morte del “socialismo dal volto umano” che proprio a partire dal gennaio dell’anno che “cambiò la storia e la geografia del mondo”, per dirla alla Pierre Sorlin, aveva promosso una serie di riforme politiche a favore della libertà di stampa e di espressione. Enzo Bettiza, un po’ come Montanelli nella Budapest invasa del 1956, era in quei giorni a Praga come inviato del “Corriere della Sera”. Lui, espressamente voluto lì dall’allora direttore Giovanni Spadolini. E nel libro che arriva nel 40esimo anniversario dell’invasione, Bettiza tira fuori aneddoti e curiosità, raccontate con piglio giornalistico e cronachistico, che era difficile rendere uniformi negli articoli dattiloscritti per il “Corriere”.

Emblematico l’episodio di Alexander Dubcek, leader della Primavera di Praga, che viene trasferito insieme ad altri 4 dirigenti a lui fedeli prima in Polonia, poi in Ucraina. Quindi, dopo tre giorni di viaggio, il gruppo arriva a Mosca. Dove, in una stanza del Cremino, entra un Breznev sorridente che li conduce in un androne con una tavola imbandita con caviale, vodka e champagne per un “brindisi con gli amici”. E gli amici – racconta Bettiza – sono il tedesco Ulbricht, il polacco Gomulka, il bulgaro Zikov e l’ungherese Kadar: ovvero i capi dei 4 partiti dei paesi comunisti del Patto di Varsavia che con i sovietici hanno in quei giorni invaso la Cecoslovacchia.

E’ solo uno degli episodi riportati da Enzo Bettiza. Ma la particolarità del suo libro è anche quella di mettere insieme i vari tasselli dei diversi “sessantotto” vissuti in Europa. Quello di Praga rappresentava la vera “rivoluzione culturale” per Bettiza. “Mentre a Parigi o a Roma”, si legge nel libro, “si tornava a casa dalle manifestazioni per cenare serviti da camerieri, ad Est i manifestanti rischiavano di dormire in prigione o peggio”. Secondo il giornalista del “Corriere” infatti in Italia il Sessantotto fu una “rapsodia comunisteggiante”, passata tra i ritratti di Mao, Che Guevara, Stalin e Trotsky.

La rievocazione di questo Sessantotto represso nel sangue dai sovietici viene seguita senza retorica da Bettiza, critico anche nei confronti del cedimento di Debcek, che accetta la messa in scena del rientro a Praga con i sovietici. Una prospettiva, quella di Bettiza sulla figura di Dubcek, che lo ha portato di recente a un violento scontro (verbale) con Umberto Eco. I due si incontrarono, in piena crisi ceca, all’hotel “Sacher” di Vienna. E in un gioco delle parti, ognuno dice di essere stato, a modo suo, dalla parte degli insorti. Bettiza lo racconta, con il suo stile avvolgente, 40 anni dopo.

Mirko Nuzzolo