1/7/2008

Erofeev racconta il buon Stalin

L’URSS spiegata agli Occidentali

Il rapporto tra padri e figli è spesso difficile, soprattutto se il padre è un personaggio conosciuto e importante. Ma la vicenda che lega tra loro Viktor  Erofeev, uno dei maggiori scrittori russi contemporanei, e il padre Vladimir va al di là dei normali conflitti generazionali, per assumere le caratteristiche di un vero e proprio omicidio politico. La storia è raccontata nel romanzo autobiografico “Il Buon Stalin”, edito da Einaudi.

Vladimir Erofeev era nel secondo dopoguerra traduttore dal francese e consigliere personale di Stalin e, dopo una brillante carriera diplomatica, era stato nominato ambasciatore. La sua famiglia aveva goduto notevoli privilegi, in particolare il giovane Viktor, cresciuto tra gli agi riservati ai congiunti dei notabili del regime.

Purtroppo per il padre, Viktor, arrivato all’età adulta e aspirante scrittore, aderì ad un gruppo di intellettuali sovversivi, autori dell’antologia underground  “Metropol”, che il regime alla fine degli anni Settanta considerò come una provocazione intollerabile. Vladimir, che era sul punto di essere nominato vice-ministro degli esteri a coronamento della sua brillante carriera diplomatica, si trovò richiamato in patria e spogliato di tutte le sue prerogative, per non aver esercitato pressioni sul figlio perché questi sottoscrivesse una lettera di ritrattazione in cui rinunciava alla sua attività sovversive. Il rapporto tra padre e figlio Erofeev è il fulcro della storia, che ripercorre le vicende dell’infanzia di Viktor, ma anche il mosaico politico e storico che caratterizza l’Unione Sovietica del secondo dopoguerra. Il libro è tradotto da Luciana Montagnani, esperta di letteratura e di storia russa.

"E' un libro particolare, spiega Montagnani a Tgcom, pubblicato prima in tedesco e solo successivamente in russo, anche se a distanza di soli pochi mesi. In effetti, si tratta di un libro che si rivolge più a noi occidentali che ai russi. In realtà Erofeev non si è mai sentito “sovietico”, anche se il suo ruolo di dissidente è stato dettato soprattutto da un contrasto contro il padre.
Un contrasto e un’ambiguità che emergono già nel titolo: “Il buon Stalin” è in realtà il padre".

Stalin in fondo è stato una metafora del padre per una generazione di sovietici...
Con Stalin Vladimir Erofeev ha un rapporto ambiguo, come è avvenuto nel caso di molti russi. “Ma tu amavi Stalin?” chiede a più riprese Viktor a Vladimir nel corso della loro vita. E la risposta di Vladimir cambia con il passare del tempo e con il mutare delle situazioni. Dal sì convinto e deciso degli anni della gioventù si passa a risposte più sfumate e meno sicure con il passare degli anni e con i nuovi eventi che lo sconvolgono negli anni della maturità. Ma anche alla fine, questo sì non si trasforma mai un no aperto ed esplicito. 

Il romanzo è autobiografico anche se all’inizio una nota dice che si tratta di un prodotto di fantasia?
In effetti in apertura di libro si legge: “Tutti i personaggi di questo libro sono inventati, comprese le persone reali e l’autore stesso”. Ma in realtà la storia e i personaggi che la vivono sono veri e autentici, tanto quelli della cerchia familiare dell’autore, quanto i protagonisti del mondo culturale e politico che compaiono nel romanzo. E la stessa frase di esordio è paradossale, un po’ come il suo stesso autore.

A suo parere, quali sono le parti più belle del libro?
Sono splendide le pagine in cui Viktor bambino arriva a Parigi insieme ai suoi genitori e scopre l’Occidente e la sua vita. L’eccitazione con cui Viktor esplora il mercato dei francobolli lungo gli Champs Élysées, o la sorpresa e l’ammirazione con cui la madre si avvicina alle meraviglie dei pittori Impressionisti e al profumo Numero 5 di Chanel. O anche la scoperta del cibo francese, dell’eleganza e dell’abbigliamento. Ma è molto bello anche il racconto che Viktor fa, all’età di 8 anni, della manifestazione contro l’ambasciata sovietica di Parigi in occasione della rivoluzione ungherese.

C’è una conclusione a cui arriva Erofeev alla fine della sua storia?
E’ una conclusione ancora una volta per paradossi. Erofeev, alla fine del romanzo, dice di se stesso che, dopo aver terminato di scrivere il suo romanzo “La bella di Mosca” aveva scoperto di essersi trasformato da “figlio del potere” in uno scrittore libero, cioè in sostanza era diventato “nessuno”. E che questo era – essere.

 


Raffaella Martinotti

Viktor Erofeev
Il Buon Stalin
Edizioni Einaudi
pp.  300 Euro 19.00