L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro nero. O rosso. Come il sangue di uno qualsiasi dei quattro lavoratori che ogni giorno muoiono nel nostro Paese. E mentre si leggono queste righe, la statistica puzza già di vecchio perché riferita solo agli infortuni di chi un regolare contratto di assunzione ce l’ha. Agli altri cerca di dare dignità umana Paolo Berizzi, giornalista de “La Repubblica” e autore per Baldini Castoldi Dalai di “Morire a tre euro – Nuovi schiavi nell’Italia del lavoro”. Purtroppo al titolo del saggio non manca nessuno zero: tre euro all’ora è quanto i caporali pagano in nero il manovale (clandestino o italiano non importa) che magari ha costruito lo stabile del nostro ufficio, della nostra palestra o di casa nostra. Per conoscenza, contratto nazionale di lavoro alla mano, un’ora vale minimo 21 euro.
Berizzi scandaglia l’universo del lavoro nero, fatto di disperazione e schiavitù, violenza e degrado da Terzo Mondo. Peccato che il Terzo Mondo assuma le sembianze di piazzale Lotto a Milano dove prima dell’alba avviene il reclutamento di braccia da destinare ai cantieri di mezza Lombardia. L’autore si finge operaio bergamasco e racconta l’aggancio con Aziz, uno dei tentacoli di Rashid, il caporale che fa salire in auto il giornalista e altri quattro aspiranti dannati con destinazione l’hinterland, Opera. Per tre euro (mai pagati, nemmeno come pattuito cinquanta giorni dopo l’arruolamento) si devono smontare a tempo di record i ponteggi di uno stabile di sette piani. Ovviamente senza casco, senza scarpe anti-infortunio e senza nome. Gli “innominati” hanno solo una cosa con loro, l’angoscia dell’infortunio. E di quello che ne segue. Ne sanno qualcosa Abdesselan Sissi e Oualid Salmi, marocchino e tunisino rispettivamente morto per qualche ora e ricoverato sotto mentite spoglie prima di essere confinato in una cascina diroccata del Bresciano. Entrambi trattati come schiavi. O come cani, visto che la differenza è sottilissima.

In “Morte a tre euro”, il giornalista rispolvera il mestiere del battere la strada a caccia di storie da raccontare. Berizzi solleva il coperchio delle decine di migliaia di dannati del sottobosco lavorativo. Si dà voce - senza luoghi comuni e con riscontri da inchiesta vecchia maniera - a chi non si è rassegnato. Almeno non lo è per una volta e racconta come caporalato e malavita controllino indisturbati l’Ortomercato di Milano dove chi non è schiavo è costretto a rubare e rivendere i bancali di legno per 30 centesimi l’uno. Berizzi non nasconde nulla di quanto incontra sulla strada della tratta di esseri umani. Come a Vittoria, nel Ragusano dove l’immigrazione dall’Est Europa ha fatto saltare il banco del lavoro nero maghrebino con schiavi romene e con le donne. Donne da usare nei campi di pomodori oppure come badanti-ostaggio o per soddisfare gli istinti più biechi: lavoro in cambio di sesso. E il racket delle badanti al Nord? Tutto passa da un solo caporale. Un solo grande padrino, conosciuto da tutti (forze dell’ordine comprese) come Zio Rico
Guai però a far passare l’equazione “lavoro nero uguale immigrati clandestini”. Il lavoro nero non prospera più solo sulle braccia d’importazione. Anche gli italiani sono stritolati dal vortice disumano. Vortice che ruba la meglio gioventù di bambini e bambine in nome del minimo costo e del massimo ricavo. Vortice che centrifuga le mani e il cervello di chi ha costruito Milano, ossia muratori bresciani e bergamaschi costretti a lavorare ancora a cottimo, quel maledetto “ti pago un tanto al metro” che fa il bene solo di caporali e imprenditori dediti al gioco delle tre scimmie. Per reggere i ritmi e la concorrenza dei clandestini più di un muratore racconta a Berizzi di tirare coca per lavorare. E lavorare per tirare coca.
Tutto questo passa ancora troppe volte sotto il più rumoroso dei silenzi. Così il lavoro nero nella civilizzata Italia resta un cancro ben lungi dall’ essere estirpato. E Thyssenkrupp di Torino (sette operai bruciati), Truck Center di Molfetta (cinque uomini asfissiati in una autocisterna), World Trader a Marghera (due portuali morti nel cargo come topi in gabbia) sono alcune delle sue metastasi. Alcune. Di certo non le ultime.
Paolo Berizzi
Morire a tre euro
Nuovi schiavi nell’Italia del lavoro
Edizioni Baldini Castoldi Dalai
Pagine 240
Prezzo: 16.80
 per 3 euro l'ora)