Chi l’ha detto che la storia è noiosa? Certo, se l’approccio con il passato è fatto di libri polverosi, di un elenco di battaglie e guerre o, peggio ancora, del ricordi di notti insonni alla vigilia di un esame scolastico, un certo senso di avversione è più che giustificabile. Ma ci sono aspetti del passato che possono diventare decisamente stuzzicanti e regalarci molte sorprese a proposito dei nostri bis-bis antenati. Magari facendoci venire l’acquolina in bocca. E’ quello che succede leggendo la raccolta di ricette medievali di Giovanna Motta nel libro “A cena con Goti e Longobardi”, Edizioni del Girasole. Scprendo, e magari provando anche a cucinare, che cosa si metteva a tavola all’epoca di Teodorico, si possono capire molti aspetti della vita di quel tempo ed entrare “nel vivo” dello spirito di un’epoca. Ma soprattutto in questo originale libretto chi ama i buoni sapori trova spunti e idee per una cena “diversa” e per uscire dagli schemi dell’abitudine.
L’intento da cui nasce il libro è la divulgazione di un lungo lavoro di ricostruzione storica e di cultura del gusto. Giovanna Motta è infatti una studiosa del Medioevo attenta ed appassionata. Il suo interesse per qyesto periodo non riguarda solo la cucina, ma spazia in varie aree, in primo luogo quella musicale. Ha infatti fondato l’Ensemble Adelchis, gruppo strumentale specializzato nel repertorio musicale dal IX al XVI secolo, che si serve per le esecuzioni di copie di strumenti d’epoca tra cui l’unica riproduzione esistente della Lyra d’argento progettata da Leonardo da Vinci.

In particolare “A cena con Goti e Longobardi” nasce riproponendo in italiano un documento storico conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi: si tratta di un codice contrassegnato dal numero 10318 e scritto in basso latino. Le caratteristiche della grafia fanno presumere che risalga all’VIII secolo, ma il testo risale quasi certamente al VI secolo. Il suo autore, un non meglio noto Vinithaharjis, latinizza il proprio nome in Vinidarius e dovrebbe trattarsi di un nobile appassionato di gastronomia vissuto nell’Italia Centro-settentrionale. Vinidarius sembra aver redatto la sua compilazione rifacendosi ad alcune ricette precedenti, in particolare a quelle di Marco Gavio Apicio, noto buongustaio romano. Di questo antecedente romano però non resta molto: le vivande sono state attualizzate ai gusti medievali, alcune ricette hanno nomi diversi rispetto all’originale di Apicio, e ci sono ingredienti nuovi.
Le ricette contenute nel codice sono una trentina e riguardano prevalentemente quelli che noi chiameremmo secondi piatti o piatti unici, con preparazioni a base di carne, uova, pesce e relative salse. Si tratta di un testo importante dal punto di vista storico, perché è l’unico documento che attesti che cosa si metteva in tavola presso i Goti e dimostra che questo popolo di conquistatori apprezzava le tradizioni gastronomiche autoctone tanto da richiedere addirittura un tributo in natura, ad esempio in anfore di “garum”, una salsa molto apprezzata e base di moltissimi intingoli, vagamente assimilabile alla nostra pasta di acciughe.
Le ricette, di cui è riportato tra l’altro il testo originale latino e la lista degli ingredienti, sono scritte in modo da rendere possibile la loro effettiva preparazione anche per chi non è un mago dei fornelli. Alcune preparazioni sono decisamente elaborate e richiedono un certo tempo di lavorazione, ma altre sono semplici e veloci. Ci sono frittate, piatti a base di pesce, carne e intingoli vari, tra cui anche il già citato garum. Il libro contiene anche una serie di note pratiche che illustrano ad esempio le caratteristiche di certi ingredienti e come sostituirli nel caso in cui sia difficoltoso procurarli o prepararli direttamente. Qualche esempio? Si va dal pesce ragno con le rape, alle triglie all’aneto, al maialino al coriandolo e ai tordi farciti. Insomma c’è tutto quello che serve per regalarsi un vero banchetto... con la storia.
Raffaella Martinotti