Le prossime elezioni americane segneranno una svolta nella storia del Paese. E non solo. La campagna elettorale a stelle e strisce ha assunto proporzioni globali. Uno spunto interessante per capire dinamiche e forze in gioco lo offre il libro “La prima volta. Perché L’America dal 2008 non sarà più la stessa”. L’autore, Giuseppe de Bellis, giovane giornalista de Il Giornale, monitora da anni la scena politica statunitense. E sul “cambio di guardia” alla Casa Bianca ha un’idea molto chiara.
Gli Stati Uniti si trovano davanti a un bivio epocale. Una donna o un afroamericano potrebbero diventare inquilini della Casa Bianca. Chi dei due rappresenta di più l’elettorato democratico americano e perché?
Identificano due tipi di democratico diverso. Hillary è il candidato di partito. La candidata di esperienza e ‘di governo’. Con lei si identifica il democratico benestante delle grandi metropoli, anti-repubblicano a prescindere. Lei rappresenta il dogma liberal: favorevole all’aborto, ad aumentare i diritti delle coppie gay, a garantire l’allargamento della copertura sanitaria universale. Obama è l’uomo del democratico deluso, cioè di quelle centinaia di migliaia di persone che hanno votato Kerry controvoglia nel 2004, o che non hanno votato affatto perché il senatore del Massachusetts era troppo vuoto. E’ anche il candidato degli indecisi e per certi versi degli indipendenti: la sua capacità di appassionare trascina anche chi non ha una fede politica ben precisa.
Hillary, che in un primo momento è apparsa più corazzata da un punto di vista mediatico e politico, in queste settimane ha perso terreno nei confronti di Obama. Quali sono i “passi falsi” che ha compiuto?
Il primo è stato quello di aver creduto d’aver vinto prima di cominciare. I sondaggi, sia quelli nazionali, sia quelli degli stati chiave, la davano in grande vantaggio. Il suo staff ha giocato la carta della candidata inevitabile. Il che sarebbe stato perfetto se non ci fosse stato un avversario come Obama. L’altro passo falso è stato l’utilizzo ‘a metà’ del marito Bill: l’ex presidente è intervenuto a intermittenza, spesso fuori luogo. Forse lo staff di Hillary avrebbe dovuto prendere una decisione più netta: Bill dentro o Bill fuori e poi comportarsi di conseguenza.
Obama è l’homo novus della scena politica statunitense. Molti lo hanno accostato a Jfk. Ma fino a che punto lo si può considerare il Kennedy del terzo millennio?
Credo che il paragone con Jfk sia un peso insopportabile, ma inevitabile. E’ accaduto a ogni democratico ‘nuovo’. Credo che dei Kennedy, Obama assomigli più a Bobby. Quest’onda Obamiana ricorda la campagna elettorale del 1968, nella quale Bob trascinava le folle anche dello schieramento opposto. Detto questo, per lo charme, per l’effetto sugli elettori, per la capacità di ‘unire’ – che Obama ama ricordare in ogni intervento – il paragone migliore sia quello con Reagan. Con un repubblicano, quindi. Ma con un repubblicano che seppe trascinare dalla sua parte anche molti democratici. Così come Obama riesce a mobilitare anche i repubblicani. Infatti, il fenomeno degli Obamacans (i repubblicani pro Obama) sta prendendo sempre più piede.
Finora la guerra tra i candidati di entrambi gli schieramenti si è giocata più su slogan d’effetto che su programmi concreti. Cosa chiede la gente al nuovo presidente? I timori della recessione e i problemi interni stanno prendendo il sopravvento sulla politica internazionale?
Queste elezioni si giocano sull’economia, sulla sicurezza interna e probabilmente anche sulla riforma del sistema sanitario. La politica internazionale, l’Iraq, l’Iran contano meno rispetto a qualche tempo fa. Gli americani vogliono un presidente che lanci una nuova volata. Vogliono una Casa Bianca alla quale affidarsi. Forse vogliono un volto più che un programma. A quello penseranno gli staff e l’amministrazione. La gente ha bisogno di dire: ‘Ecco, questa è la persona del futuro’. Hanno bisogno di credere in un progetto che sia l’inizio di nuovo secolo americano.
L’attenzione dei media è tutta concentrata sui due candidati democratici. Ma in vista delle presidenziali, quali sono le reali chances dei repubblicani, anche alla luce della pesante eredità di Bush?
La sfida Obama-Clinton era, e sarà fino alla nomination, la più intrigante e la più appassionante. L’afroamericano contro la donna, l’outsider che mette in crisi la grande favorita, la battaglia testa a testa, le accuse, le frecciate. Mediaticamente in questo momento, i democratici sono i padroni. Ma quando comincerà la campagna presidenziale forse s’accorgeranno che nel frattempo McCain avrà approfittato delle loro beghe per pensare già alla Casa Bianca. Oggi democratici e repubblicani partono con le stesse chance di vittoria finale. I democratici vogliono sfruttare l’effetto delle elezioni di mid-term del 2006 che hanno dato loro il controllo del Congresso. I repubblicani, però, possono contare sulla storia: l’America è ‘right’ e l’elettorato repubblicano, se ben motivato, è più unito. Forse McCain non è l’uomo migliore per farlo, però può riuscirci. Dipende anche da chi sarà l’avversario: contro Hillary i repubblicani sarebbero molto più compatti. Contro Obama meno. C’è un altro elemento: la scelta del vice. Mai come questa volta, il compagno di corsa per entrambi i candidati alla presidenza sarà fondamentale.
Rossella Ivone
Giuseppe de Bellis
La prima volta
Perché l'America dal 2008 non sarà più la stessa
Limina Edizioni
Euro 15
Pagine 184