Alle otto di una mattina come tante altre, il giovane viennese Jonas si sveglia con un “buongiorno” rivolto a se stesso. Come sempre. Scende dal letto e va in cucina a prepararsi il caffè. Come sempre. Manda un sms alla sua Marie. Come sempre. Ma presto si accorge che quello è il primo giorno in cui nulla sarà più “come sempre”: scende alla fermata dell’autobus e vede che, intorno, non c’è nessuno. Nessuno per strada, nessuna auto, nessuno al bar, nessuno alla finestra. Il mondo se n’è andato. Semplicemente.
Le prime pagine de Le invenzioni della notte, il romanzo del trentacinquenne austriaco Thomas Glavinic (il primo tradotto in Italia da Longanesi, a cura di Riccardo Cravero) sono di quelle che fanno drizzare la schiena, aggrottare le sopracciglia, sistemare bene il cuscino sotto la nuca: c’è odore di ottima letteratura. Jonas si guarda intorno e scopre di essere rimasto completamente solo. Non funziona il televisore, la home page di internet è una pagina vuota/ non trovata, non si sente nessuno dei soliti, rassicuranti rumori urbani. Nessun tram, nessun cigolio, nessun motore che parte o che si ferma. Al telefono non risponde nessuno, né fidanzata, né amici, né colleghi. Niente. Non gli resta che uscire e affrontare colui che non avrebbe mai voluto incontrare: se stesso.
Il romanzo interseca mitologia e surreale, un po’ Calvino, un po’ Jünger, ma va dritto al cuore di una paura segreta, inconfessata e inconfessabile: l’horror vacui. Jonas si ritrova solo con se stesso, in una metropoli ridotta ad un deserto, faccia a faccia con gli impulsi primari e nessuna barriera sociale a difenderli: la fame, la sete, la paura, l’angoscia. Lentamente, alla meraviglia si sostituisce lo sconcerto e, infine, l’autentico terrore. Vaga per la città alla ricerca di un suono, una voce, un segnale di vita. Niente, non c’è più nulla, niente che possa ricordare il mondo come Jonas lo ha sempre conosciuto: vitale, vibrante, spossante e imprevedibile. La stessa quotidianità ora gli appare allucinata: le finestre sembrano bocche vuote, le auto ferme assomigliano a relitti dimenticati da tempo, le fotografie gli appaiono come reperti di un’epoca lontana. E così decide di sopravvivere.
Sfonda le vetrine dei negozi per procacciarsi il cibo, suona improvvisate melodie al juke box per sentirsi meno solo, vaga con l’auto alla ricerca di una presenza che gli impedisca di impazzire. Ecco la bellezza di questo romanzo: un corpo a corpo con l’uomo nudo, privo del suo valore sociale, quel valore che oggi riteniamo inscindibile dal concetto stesso di persona. Incapace di entrare in contatto con se stesso, l’uomo ricerca il paravento di una socialità diffusa e ramificata, nel quale ha trovato posto ed ha messo radici, plasmandosi in un confuso, ma rassicurante, volere comune. Un romanzo intelligente e ben costruito, al quale, però, forse manca qualcosa. Manca il nerbo letterario che permette di tenere in perfetta tensione 376 pagine, manca forse quel “mestiere” necessario per raccontare l’abbrutimento di un personaggio solo (la solitudine non è facile da narrare) e alle prese con la sopravvivenza in uno scenario apocalittico. Ecco allora che, a tratti, il romanzo rischia pericolosamente la noia, se pur supportato da espedienti intelligenti, come gli spostamenti in auto, l’attraversamento delle frontiere e l’idea del protagonista di riprendere se stesso con una video camera durante il sonno. Comunque, un ben arrivato a Glavinic.
Roberta Scorranese
Thomas Glavinic
Le invenzioni della notte
Longanesi, 376 pagine, 16,60 euro