Vicini sugli scaffali di ogni continente ma mai seduti allo stesso tavolo. C’è voluto il Festival della Letteratura di Mantova per mettere assieme (ed è la prima volta al mondo) Michael Connelly, Robert Crais, Dennis Lehane e George Pelecanos. Invertite pure l’elenco o ordinateli per numero di milioni di copie vendute ma il risultato non muta: Mantova ha raccolto dietro un tavolo di legno il Giallo Americano di fine millennio. In centinaia da tutta Italia non si sono fatti fuggire l’evento degno del io c’ero e hanno affollato piazza Castello. Impossibile dar loro torto e non provare un certo effetto pensando di aver a pochi metri i padri di Elvis Cole, Harry Bosch, Pat McKenzie e Angie Gennaro, Nick Stefanos e Derek Strange.
Quattro autori diversi con altrettanti origini differenti con in comune la più semplice delle regole di scrittura, ossia parlare di ciò che si conosce. Pelecanos ammette di scrivere gialli perché privo di immaginazione: “Nei gialli uso fatti e materiale umano - spiega - e scrivo di Washington DC perché lì sono nato e cresciuto. Prima della nostra generazione, Washington era sinonimo di letteratura politica o scandalistica: noi abbiamo dato voce agli emarginati, a quelli che erano tagliati fuori”. Lehane si spinge ancora più in là: “Ho cominciato a scrivere di Boston quando mi sono trasferito in Florida. Raccontavo la mia città ma non avrei mai pensato di venir pubblicato”. Non è da meno Connelly: “Uso la “fisicità” di Los Angeles e creo personaggi pieni di difetti, con un pezzo di me dentro ognuno di loro”. Crais invece ammette di trovarsi a suo agio nelle crime stories perché “alla fine la giustizia prevale sempre. Ho lasciato la Louisiana per vivere a Los Angeles perché mi sembra la città per sognatori, sognatori che fanno avverare i propri sogni”

La serata, fredda climaticamente, si scalda quando il Giallo Americano mette del suo nel raccontare la propria arte. Crais non si scompone quando qualcuno gli affibbia l’etichetta di crime writer: “ne vado fiero e sfido chiunque a mettermi in imbarazzo”. Pelecanos definisce i suoi libri come dei gialli-rock tanto forte è il legame con la musica. “I luoghi dei miei racconti sono pieni di musica, al punto che negli Stati Uniti un paio di libri sono usciti con allegati cd musicali da me selezionati per calarsi nella giusta atmosfera”. Lehane poi si autodefinisce il dio dei suoi romanzi: “Decido io se ferire un personaggio, se dimenticarlo, se cambiarlo, se ucciderlo: sono dio quando scrivo”

Immancabili i consigli per gli aspiranti scrittori, alle prese magari con la scolastica ansia da pagina bianca. Il Giallo Americano non si tira indietro e ognuno ci mette del suo. “Studio tutti i personaggi e tutta la trama prima di iniziare a scrivere – ammette Robert Crais – e cerco di creare un conflitto nella storia. Senza quello un libro non è interessante. Su 12 volumi con Cole, solo due raccontavano di un Elvis dalla vita pacifica e normale: ebbene Cole e la sua donna fissa non sapevano cosa dirsi”. L’ideatore di Harry Bosch invece lavora parecchio di immaginazione, partendo da “un’idea generale. Poi cerco di vedere quello che scrivendo. E sto attento che ogni personaggio desideri qualcosa in ogni pagina che compongo”. Terzo maestro e terzo stile di scrittura: “Comincio con una ricerca dettagliata e quindi entro nel tunnel: in media un tunnel di cinque mesi dove scrivo come un forsennato, giorno e notte, sette giorni su sette. Alla fine qualche storia evolve rispetto alle intenzioni iniziali”.
Sauro Legramandi