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Processo dʼappello sul caso Yara, Bossetti parla ai giudici: "Poteva essere mia figlia"

Il muratore di Mapello ha parlato alla corte tornando a dichiararsi innocente e chiedendo la ripetizione del test del Dna. La sentenza sarà emessa intorno a mezzanotte

"Il mio primo pensiero va a Yara, unica vera vittima di questa tragedia. Una bambina che amava la vita e che potrebbe essere mia figlia. Neppure un animale avrebbe usato tanta crudeltà". Lo ha detto Massimo Bossetti, unico imputato per l'omicidio di Yara Gambirasio, in un passaggio delle dichiarazioni rese davanti alla Corte d'Assise d'Appello di Brescia, ribadendo che "quel Dna non è mio, non sono io l'assassino". La sentenza è attesa per mezzanotte.

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"Stanotte non ho chiuso occhio", ha aggiunto il carpentiere di Mapello, camicia azzurra, jeans e come sempre abbronzatissimo. Tuttavia, ha detto ancora rivolto ai giudici e alla giuria popolare, "sono contento di essere qui davanti a voi, così ho la possibilità di farvi capire che persona sono".

Massimo Bossetti ha quindi detto di essere vittima "del più grande errore giudiziario di tutta la storia". Il muratore ha anche stigmatizzato il modo con cui fu arrestato: "C'era necessità di scomodare un esercito e umiliarmi davanti ai miei figli e al mondo intero?". Ha poi aggiunto che, quando fu fermato nel cantiere in cui lavorava (e i momenti del fermo furono filmati) si sentì "una lepre che doveva essere sbranata da innumerevoli cacciatori". "Perché, perché, perché?" ha detto il muratore. E girandosi verso il pubblico in aula per poi tornare ai giudici, ha detto: "Io non sono un assassino, mettetevelo in testa".

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Dopo le dichiarazioni di Bossetti, è iniziata l'attesa per una sentenza o per un'ordinanza, qualora i giudici, presieduti da Enrico Fischetti, dovessero decidere di accogliere l'istanza dei difensori del muratore di Mapello di ripetizione dell'esame del Dna trovato sul corpo della ragazza uccisa che secondo gli accertamenti scientifici appartiene a Massimo Bossetti. La Corte potrebbe altrimenti uscire con la conferma dell'ergastolo inflitto in primo grado oppure con un aggravamento della pena di sei mesi di isolamento diurno perché, come chiesto dal sostituto pg Marco Martani, deve essere condannato anche per la calunnia ai danni di un suo collega di lavoro verso il quale avrebbe cercato di indirizzare le indagini.

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