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16/3/2010

Matilda uccisa da compagno madre

I giudici: "Delitto insensato e feroce"

Antonio Cangialosi ha ucciso la piccola Matilda il 2 luglio 2005 a Roasio (Vercelli). I giudici della Corte d'Assise d'appello di Torino spiegano le motivazioni della sentenza con cui hanno assolto la madre della bambina, Elena Romani, dall'accusa di omicidio, dicendo che il compagno invece ha commesso un "delitto insensato e feroce". Quel 2 luglio nella casa che fu teatro del terribile omicidio c'erano solo la bimba, la madre e il compagno.

Elena Romani aveva troncato la relazione con il padre naturale di Matilda nella primavera del 2004 perché - si legge nelle carte processuali - non sopportava che consumasse cocaina. Nel dicembre successivo conobbe Antonio Cangialosi e dopo qualche mese andò a vivere con lui nella villetta di Roasio. A provocare la morte di Matilda fu il gesto di un adulto.

La bambina si trovava su un divano o su un letto, e qualcuno, per bloccarne i movimenti, le schiacciò con forza la schiena con una mano o più probabilmente con un piede. La procura di Vercelli ritenne che ad agire fu la madre, che però fu assolta sia in primo grado che in appello. I giudici di secondo grado, ora, hanno ricostruito gli eventi di quella giornata, arrivando alla conclusione che il colpevole è Cangialosi.

La Corte è del parere che Matilda volesse raggiungere la mamma fuori dalla stanza, e Cangialosi, agendo con "sconsiderata brutalità", l'abbia fermata in quel modo. Si tratta, per i giudici, di un omicidio preterintenzionale. L'uomo "è un soggetto aggressivo e violento, orgoglioso della propria prestanza fisica, incapace di comprendere l'assurda crudeltà del modo con cui stava operando". E voleva "imporsi" sulla bambina, la quale (secondo i giudici) "aveva individuato d'istinto nei confronti del Cangialosi una figura ostile", al punto da somatizzare reazioni di "rigetto e fuga" come frequenti "conati di vomito" e tentativi di "fuggire appena possibile dalla sua presenza". 

La madre: "E' finito un incubo"
"E' terminato un incubo. Finalmente è scritto in maniera chiara il nome di chi ha ucciso mia figlia". Così Elena Romani ha commentato le motivazioni della sentenza con cui la Corte d'assise d'appello di Torino l'ha assolta dall'omicidio della piccola Matilda indicando, nello stesso momento, il colpevole nel suo convivente dell'epoca. La donna è stata informata da uno dei suoi avvocati, Tiberio Massironi, il quale sottolinea che secondo la sentenza "non residuano dubbi di sorta sulla totale estraneità di Elena Romani" perché "il tentativo di confutare la tesi opposta deve considerarsi fallito". "Nei prossimi giorni - annuncia l'avvocato - prenderemo contatto con la procura di Vercelli per vedere quali saranno gli sviluppi".


Ultimo aggiornamento ore 18:20


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