"Io sono stata assolta, ora voglio giustizia per mia figlia Matilda". Assolta, assolta per non avere commesso il fatto. E così, Elena Romani dopo essere stata scagionata per la seconda volta chiede che la verità sull'omicidio di sua figlia Matilda.
Tutto è cominciato il 2 luglio del 2005, a Roasio, in provincia di Vercelli. In casa la bimba, la madre Elena Romani e il fidanzato di lei, Antonio Cangialosi. La bambina si sente male, viene chiamato il 118. Quando i medici arrivano la piccola è ormai in fin di vita. Nessun malore, quindi. Qualcuno ha ucciso la bimba con un colpo nella schiena. Un pugno, forse un calcio. Qualche giorno dopo le microspie messe dai carabinieri nella macchina di Elena sembrano registrare una confessione.

I giornalisti assediano la casa di Roasio così i due fidanzati si allontanano per qualche giorno. Ma anche in questo caso le pulci registrano le conversazioni e i due sembrano accusarsi reciprocamente ( "Anto, chi ha ucciso Matilda?")
Dopo qualche giorno la donna finisce in carcere con l’accusa di avere ucciso Matilda. E sotto inchiesta ci finisce anche il fidanzato Antonio Cangialosi. Elena resta in carcere quattro mesi, poi le vengono concessi gli arresti domiciliari. In tutto nove mesi di detenzione. E’ un periodo difficile. Elena Romani scrive lettere, tiene un diario, cerca di capire che cosa sia successo il giorno del delitto. La Procura l’accusa, ma la famiglia del padre naturale di Matilda non sembra convinta della colpevolezza dell’hostess di Vercelli. E così, Simone Borin rompe il silenzio e in televisione dice: "Elena era una buona madre".
A fargli eco, dopo pochi giorni anche la nonna materna di Matilda, Mariuccia Borin che racconta delle lettere che Elena le scrive dal carcere. Dopo due anni e mezzo arriva la prima assoluzione. Secondo la Corte d’Assise di Novara la mamma di Matilda non ha ucciso la figlia di appena 22 mesi

Ultimo aggiornamento ore 09:13
