E' polemica a Bergamo sulla questione del velo indossato dalle donne di religione musulmana, che da qualche tempo crea problemi nel rilascio di passaporti e permessi di soggiorno, per via delle fotografie a volto parzialmente coperto. Il Centro islamico cittadino ha chiesto e ottenuto un incontro con il prefetto Camillo Andreana, che invita tutti a non farne "una diatriba di tipo etnico o religioso".
"E' successo più volte che venisse chiesto alle nostre donne di apportare modifiche al modo di indossare il velo, quando non di toglierlo, pena il mancato rilascio di passaporti o documenti per l'ingresso in Italia", si lamenta il vicepresidente del centro, Mohamed Saleh, al quotidiano L'Eco di Bergamo.
Ci siamo prima voluti documentare e dai siti Internet del ministero dell'Interno abbiamo scoperto che in realtà l'hijab (il velo che cinge il capo ma lascia scoperto il viso) è consentito dalla legge italiana. Allora perché tutte queste difficoltà? Nessuno chiede di poter avere documenti per le nostre donne con il burqa o il volto completamente coperto, ma non riusciamo a capire perché si debbano fare questioni su un semplice fazzoletto. Anche perché ci risulta, per esempio, che per altre categorie di persone, per le suore, non si faccia alcun problema".
"Tengo molto al dialogo con questa comunità, e mi piace che questo avvenga senza tensioni, in un clima di confronto dialettico - spiega al quotidiano il prefetto Camillo Andreana -. La questione del velo, comunque, è una non questione. Esistono precise disposizioni di legge in Italia in materia di sicurezza e di identificazione delle persone. Non è consentito, per esempio, girare in strada con il volto non riconoscibile: sia se si indossa un burqa sia se si indossa un casco integrale".
Sulla questione delle fotografie, il prefetto ha poi precisato: "Non è certo vietato avere sui documenti di identità fotografie che ritraggano il soggetto con il velo in testa: le norme vogliono che siano perfettamente identificabili i tratti somatici".

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