Un clan mafioso che disponeva di giovani "kamikaze", ragazzi di 20 anni pronti a fare "qualsiasi cosa" e a "sacrificarsi" per l'organizzazione, è stato smantellato con 24 arresti dai carabinieri di Bari. Agli indagati, ritenuti affiliati all'agguerrito clan Telegrafo, vengono contestati i reati di associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione di armi ed estorsioni.
Il clan Telegrafo è uno dei più vecchi e temuti gruppi criminali baresi. E' capeggiato dal quarantenne Lorenzo Valerio e dal suo luogotenente Carlo Iacobbe, di 38 anni, ed è già stato duramente colpito con 46 arresti nell'ottobre del 2003.
La presenza dei kamikaze ventenni emerge dall'esame dei tre assetti del sodalizio mafioso dove i ruoli e le competenze sono definiti nel dettaglio. Al livello più basso, il primo, ci sono quelli che i militari chiamano i kamikaze, ragazzini di 20 anni pronti a fare qualsiasi cosa per difendere e valorizzare l'attività del clan. Al secondo gli addetti allo spaccio della droga e alla riscossione dei pizzo; al terzo i responsabili di zona, addetti alla gestione dei kamikaze e dei pusher.
E' provato da intercettazioni telefoniche il presunto coinvolgimento di kamikaze di 20 anni è provato da intercettazioni telefoniche. Nell'intercettazione di una conversazione tra due indagati uno dice all'altro, parlando sottovoce e consapevole di rivelare un segreto: ''Qualche giorno...ti devo portare...ti devo portare a vedere i... i kamikaze; ragazzini di 20 anni... di 20 anni... kamikaze... ti dico kamikaze... che non... non ci pensano''.
All'inizio i militari quasi non credevano al contenuto di questo colloquio intercettato, ma la prova la raccolsero nel corso di controlli compiuti il 25 novembre del 2004 in via Riccardo Ciusa, al san Paolo. Per impedire la scoperta di una "cupa" (un nascondiglio di armi), i vertici del clan decisero di mandare i kamikaze a sparare ai militari. L'agguato fu evitato solo perché i carabinieri avevano in corso un'attività di intercettazione e riuscirono ad anticipare per tempo le mosse del clan bloccando i responsabili di zona che non riuscirono più ad impartire i loro ordini ai kamikaze.
Nel corso dell'indagine, in cui sono indagate 61 persone, sono state sequestrate nove pistole, un fucile a canne mozze, circa 900 munizioni, 700 grammi di cocaina e sette chili di hascisc.
Solitario con brillante per l'affiliazione
Il clan aveva un'organizzazione di tipo manageriale in cui la scalata ai gradi più alti avveniva in base alla capacità di massimizzare i guadagni, all'omertà in caso di arresto e alla disponibilità nei confronti del clan, anche a costo di sacrificare gli affetti familiari. Se queste regole venivano rispettate si poteva accedere all'affiliazione di sangue, la cosiddetta "terza", che sanciva l'ascesa dell'affiliato al vertice della gerarchia mafiosa. Il conferimento della "terza" avveniva durante una cerimonia di affiliazione con giuramento di fedeltà al padrino, il presunto boss Carlo Iacobbe. Per suggellare l'evento, l'affiliato portava un anello con un solitario di brillante al padrino.
Pizzo riscosso il 5 di ogni mese
Erano tenuti ''tutti'' a versare il pizzo, che arrivava fino a 1.000 euro al mese, i commercianti, gli imprenditori edili e gli ambulanti del mercato rionale del quartiere San Paolo di Bari. L'importo dell'estorsione era commisurata al volume d'affari delle vittime e doveva essere corrisposta puntualmente il giorno 5 di ogni mese. Chi ritardava veniva avvicinato da esponenti dell'organizzazione e minacciato.
Prevista una paga settimanale per gli affiliati
Ogni settimana, il venerdì, il clan Telegrafo corrispondeva la paga, detta in gergo "spartenza", sia ai propri affiliati che alle famiglie dei detenuti. Era compresa tra un minimo di 250 ed un massimo di 1.000 euro, calcolati in relazione al grado ed al lavoro svolto.