Lecco,20 anni per infermiera killer
La donna uccise 12 pazienti
Sonya Caleffi, l'infermiera dell'ospedale di Lecco accusata di aver ucciso dodici pazienti e aver tentato di fare altrettanto con altri tre, praticando letali iniezioni di aria, è stata condannata a 20 anni di carcere. L'infermiera, in aula, apparentemente tranquilla, in un breve intervento ha voluto chiedere scusa per quanto accaduto. Si era costituita ai carabinieri il 16 dicembre 2004.
I suoi legali avevano chiesto il proscioglimento mentre l'accusa aveva chiesto la condanna a trent'anni. Il Gup di Lecco, Gian Marco De Vincenzi, ha concesso le attenuanti. Soddisfatti gli avvocati della Caleffi: "Il giudice ha escluso la premeditazione che, invece, secondo l'accusa, costituiva una aggravante. La nostra assistita non ha mai voluto in realtà uccidere ma quel suo disturbo complesso della personalità l'ha portata a compiere gesti insani". Divorziata, 36 anni, Sonya Caleffi lavorava come infermiera all'ospedale Alessandro Manzoni di Lecco. Le sue vittime erano tutte persone anziane, gravemente ammalate, pazienti in fase preterminale. L'infermiera confessò di averli uccisi con iniezioni di aria, tra il primo settembre e il 10 novembre del 2004.
"Volevo solo attirare dell'attenzione su di me perché mi sentivo sottovalutata. E poi quelle persone destinate a morire in poco tempo mi facevano pietà. Ecco perché ho accelerato i tempi del loro decesso", furono le parole della donna quando si costituì il 16 dicembre 2004. In casa sua, a Como, i carabinieri trovarono numerose riviste con articoli sulla "dolce morte". I passaggi più "significativi" erano sottolineati. Prima di lavorare a Lecco, la donna aveva svolto servizio anche presso il "Valuce" di Como. Sonya aveva problemi di carattere psichico e in passato avrebbe sofferto anche di anoressia.
Morti sospette
I primi sospetti il 10 novembre 2004, dopo la morte di un'anziana paziente. Quel giorno, l'infermiera entrò nella camera di una malata terminale invitando i parenti a uscire. Subito dopo Sonya uscì dicendo che la paziente stava morendo, cosa che effettivamente accadde pochi minuti dopo. Ma i parenti della vittima notarono che l'infermiera era particolarmente agitata. Il suo camice, inoltre, era sporco di sangue. La successiva autopsia confermò che la morte dell'anziana era stata procurata. Sonya Caleffi venne subito trasferita in un altro reparto non più a contatto con i malati. Le prime voci di morti sospette circolavano nell'ospedale lecchese già dall'estate 2003. Una significativa coincidenza: nel reparto Medicina 1 il tasso di mortalità era incredibilmente salito dopo l'assunzione dell'infermiera.
"Aveva paura di perdere il posto". Lorenza Vaghi, madre dell'infermiera, cercò di spiegare in questo modo il comportamento della figlia. Secondo la donna, Sonya voleva dimostrare di essere brava, tentando di porre rimedio a situazioni di emergenza create artificialmente. "Ha esagerato nel voler dimostrare che lei valeva, allora procurava delle situazioni di emergenza in cui lei potesse dimostrare che era valida, che si dava da fare".

